Se non si è cultori di cultura, è difficile comprendere che cosa sia la Fondazione Alvaro e quale funzione abbia esercitato in un contesto difficilissimo, quale è San Luca, notoriamente conosciuta come l’epicentro della ‘ndrangheta. In un momento in cui, ancora una volta, in questo sventurato paese calabrese la democrazia elettiva è stata sospesa, giudico una misura del tutto immotivata commissariare anche la Fondazione, aggiungendo sfiducia a sfiducia nella popolazione verso sé stessa e inculcando l’immagine di uno Stato solamente repressivo.
Aldo Maria Morace
«Il sacrificio della patria nostra è consumato», scriveva Foscolo nelle ultime lettere di Jacopo Ortis. Non è una citazione erudita, da storico della letteratura. È ciò che è avvenuto per la Fondazione Alvaro. L’avevamo fatta crescere giorno dopo giorno, con risultati che non esito a definire straordinari e che sono stati dimostrati dalla memoria difensiva presentata, a firma del suo presidente, dalla Fondazione Alvaro. Se non si è cultori di cultura, è difficile comprendere che cosa sia la Fondazione Alvaro e quale funzione abbia esercitato in un contesto difficilissimo, quale è San Luca, notoriamente conosciuta come l’epicentro della ‘ndrangheta. Nel corso di questi trent’anni, e fino ad oggi, è stata un faro esemplare dell’intera cultura calabrese e non ha mai cercato, né accettato, condizionamenti di alcun genere.
Lo dimostra, tra l’altro, proprio il venir meno dei contributi, che sarebbero affluiti in misura notevole se non avesse mantenuto integra la sua identità di promotrice culturale, scientifica e divulgativa. Ed è stato un esempio ammirevole, anche perché ha vissuto e operato grazie a un volontariato stupefacente, troppo spesso senza alcun rimborso spese, che ha dimostrato come San Luca non sia solo ’ndrangheta, contro la quale la voce della Fondazione si è alzata molte volte, con dizione forte e pura.
La mia vuole essere una testimonianza. Da uomo delle istituzioni, mi astengo da qualsiasi considerazione recriminatoria nei confronti dell’operato prefettizio, che non posso però in alcun modo condividere: nella sostanza come nella forma. Toccherà alla magistratura valutare quanto è avvenuto. Ma devo ricordare e sottolineare che questo è un importante anno alvariano, il centotrentesimo dalla sua nascita; e si sospende maldestramente l’attività della Fondazione in un momento cruciale, in cui l’attenzione mediatica poteva essere nuovamente e fortemente proiettata su San Luca, e non per l’aura criminosa che da decenni la perseguita. In un momento in cui, ancora una volta, in questo sventurato paese calabrese la democrazia elettiva è stata sospesa, giudico una misura del tutto immotivata e non funzionale commissariare anche la Fondazione, aggiungendo sfiducia a sfiducia nella popolazione verso sé stessa e inculcando l’immagine di uno Stato solamente repressivo.
È stato un fulmine a ciel sereno: mai una contestazione nei bilanci che sono stati presentati anno dopo anno; mai un avviso che potesse mettere sull’allarme; ma, soprattutto, mai un’azione costruttiva e non repressiva, come ad esempio sollecitare, in qualità di autorità prefettizia, gli enti fondatori a erogare i contributi che per statuto erano tenuti a erogare di anno in anno. Verrà fatto ora, con il commissario straordinario. Perché questo era il fine che si voleva raggiungere: sciogliere il Consiglio di Amministrazione della Fondazione, prendendo a pretesto la situazione economica (ben lontana dal default, ha dovuto ammettere il provvedimento prefettizio) per colpire supposte (e indimostrabili) infiltrazioni criminose. In una Fondazione senza soldi e senza potere?
Oggi, giunge la notizia che il Comune non andrà alle urne, che verrà insediata una Commissione straordinaria che per diciotto mesi almeno lo guiderà, allontanando nel tempo il ritorno della democrazia elettiva. È ovvio che un filo rosso congiunge i due scioglimenti: quasi che San Luca non sappia e non possa esprimere personalità in grado di governarlo, a livello amministrativo e culturale, rimanendo immuni dal contatto contaminatorio con la forza della criminalità.
Sono atti di colonizzazione, non esito a definirli tali. Si vuole imporre un sistema verticistico, decisionale, astratto dal territorio. «Il calabrese vuole essere parlato», scriveva Alvaro. La Fondazione Alvaro ha creato nel territorio una rete di volontari che operano nel territorio, andando nelle scuole, partecipando agli eventi, promuovendo la conoscenza dell’opera alvariana. Aveva bisogno di essere coadiuvata, non smembrata; e sarebbe bastato poco, se davvero si voleva fare qualcosa per San Luca. Si è scelta, da parte dell’autorità statale, un’altra strada. Sia chiaro, però, che i principi legalitari, ideali, democratici, sono dalla NOSTRA parte. Da trent’anni. E senza ombre.
Tutto questo è stato esposto nella memoria difensiva. La Fondazione, come lì si è dimostrato, con mezzi poveri ha fatto incredibilmente tanto. Cultura e trasmissione della legalità: è stato il suo pane. Insieme con la valorizzazione dell’opera alvariana, che ha esportato nel mondo (si vedano i volumetti riepilogativi che abbiamo stampato). E comunque, per chi abbia questa sana curiosità, c’è un sito che documenta questa incredibile produttività, scientifica e divulgativa. Se San Luca non è conosciuta soltanto per la ’ndrangheta, se ogni settimana decine o centinaia di utenti e di ricercatori entrano nel sito della Fondazione, lo si deve proprio alla sua attività, che non è mai venuta meno se non negli anni del Covid. Siamo stati, come Fondazione, sostenuti non dalla ‘ndrangheta, ma da decine e decine di grandi personalità che hanno speso la loro vita senza ombre per promuovere una Calabria culturalmente migliore e non deturpata.
Un’ultima annotazione. Metto in luce una straordinaria contraddizione fra il provvedimento odierno di commissariare il Comune e quanto scritto dalla Commissione antimafia, che per evitare un nuovo commissariamento, a suo parere senza risultati positivi, aveva manifestato il proposito di costituire al suo interno una lista da presentare alle nuove elezioni. Come è noto, la sfiducia verso lo Stato, visto come repressivo e nemico, aveva sconsigliato i cittadini di San Luca di arrischiarsi a farlo, dopo il triste epilogo della sindacatura di Bruno Bartolo, a tutti noto come un galantuomo che si era sacrificato per il bene di tutti.
Mi chiedo: non è il caso che le istituzioni dello Stato dialoghino tra di loro? È meglio il sindaco eletto, nella disastrosa situazione attuale, o una Commissione prefettizia? E perché San Luca e altri paesi del comprensorio non sono stati inseriti nella legge di allargamento ad altri territori delle misure per bonificare Caivano? Perché è stato privilegiato un altro territorio calabrese, se la situazione di San Luca e dei paesi limitrofi è, come è, assolutamente drammatica?
Attendo una risposta dall’autorità statale.