Salviamo Kate

Mar, 06/09/2011 - 10:34
Salviamo Kate

Kate Omoregbe è una giovane donna nigeriana di religione cristiana, che ha scontato due anni di pena in Calabria, nel carcere di Castrovillari, dopo essere stata arrestata perchè nell'appartamento in cui viveva assieme a un'altra ragazza è stata trovata della droga. Lei si è sempre professata innocente ed è appena stata rimessa in libertà per buona condotta, anche se i termini per la scarcerazione sarebbero scaduti solo il prossimo novembre. Ora rischia una condanna ben più grave della detenzione: l'immediato rimpatrio in Nigeria, dove l'attende la lapidazione per essersi rifiutata di sposare un uomo molto più anziano di lei e di convertirsi all’Islam.
Per evitare che venga espulsa e che vada incontro a una morte certa, si stanno attivando esponenti del mondo politico e varie associazioni. La mobilitazione, ovviamente, si è subito diffusa anche sul web, con la pagina No alla lapidazione di Kate Omoregbe aperta su Facebook e una raccolta firme avviata sul sito di Articolo 21. Nel frattempo, anche nella stessa comunità di Castrovillari si stanno moltiplicando le manifestazioni di solidarietà nei confronti di Kate.
 
Il destino della giovane nigeriana è purtroppo condiviso da molte altre ragazze residenti in Italia, le cui vite sono spezzate già all'età di 12 o 13 anni. Una parte della loro mente vive infatti nel Paese di origine, sottoposta alle continue pressioni dei familiari; un'altra nel Paese che le ha accolte, assieme agli amici che ne favoriscono l'inserimento nella nostra società. Sono poco più che bambine quando cominciano ad avvertire i primi sintomi di questo profondo conflitto interiore.
 
Da piccolissime, quando frequentano ancora le elementari, possono tranquillamente portare i compagni a casa e uscire con loro. Poi, crescendo, tutto diventa improvvisamente proibito e pure una semplice gita con la classe è motivo di sospetto e divieto. Iniziano così le liti per i vestiti, il trucco, le abitudini considerate troppo occidentali. Situazioni che finiscono per rappresentare un ostacolo quasi insormontabile nel loro processo evolutivo, e troppo spesso prefino per determinare drammi fra le mura domestiche.
 
Ogni tanto c'è qualche ragazza che sparisce dalle scuole superiori, oppure non rientra dalle vacanze. Perché le famiglie le costringono a tornare nel loro Paese per farle sposare a vecchi decrepiti che nascondono la propria perversione dietro la fede. Solo nel 2010, nella cittadina inglese di Bradford sono scomparse 200 ragazzine tra i 13 e i 16 anni, figlie di immigrati. In Italia, in proposito, non abbiamo statistiche dettagliate. L’unica stima è del Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, secondo il quale le "spose bambine" del nostro Paese sarebbero oltre 2 mila all’anno.
 
Questo succede nonostante in Italia i minorenni non possano sposarsi, perchè esiste una deroga per "gravi motivi". Dai 16 anni di età in poi, il Tribunale per i minori può infatti autorizzare le nozze. A metà degli anni '90 casi del genere, tutti fra i residenti immigrati, ammontavano a poco più di un migliaio, poi sono via via diminuiti fino ad assestarsi stabilmente nell'ordine dei 200 circa degli ultimi anni, che per le conseguenze sociali e civili rappresentano comunque una enormità.
 
L'ultimo dato disponibile (2007/2008), ci dice che è la Campania la regione in cui ne avvengono di più: in media un'ottantina all'anno. Per la maggior parte si tratta di matrimoni fra stranieri, con in testa le comunità di immigrati da Pakistan, India e Marocco. Numeri che però tracciano solo l’aspetto legale e visibile della questione, considerato che secondo gli esperti del Viminale sono molti di più i legami imposti clandestinamente all’interno delle famiglie e suggellati in qualche moschea o, per l'appunto, nei Paesi d’origine.

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