Rosario Sicari, l’ultimo cantore d’un mondo scomparso

Dom, 16/02/2020 - 18:30

In un mondo in cui la meritocrazia stenta a farsi strada può capitare che opere che meriterebbero di essere conosciute e divulgate restino nel silenzio. Questo avviene principalmente quando le case editrici non hanno interesse o non sono in grado di diffonderle. In Calabria, in cui i circuiti culturali sono fragili o assenti, questo accade spesso.
Nel 2011 Rosario Sicari, nato a Sant’Agata del Bianco e residente a Bovalino, ha dato alla stampe, per i tipi di Pellegrino di Cosenza, un romanzo in due volumi (o un racconto lungo come a me piace chiamarlo), “Un chiodo nel cuore”.
Sicari, di professione docente, ha pubblicato “La collina sul lago di pietra”, “Sulla riva del lago d’alabastro” e “Il vento dall’urlo selvaggio”, ha collaborato sin da giovane alla “Frusta di Torino”, a “Calabria letteraria” e a “La Voce di Calabria”.
“Un chiodo nel cuore” è quindi il suo ultimo lavoro narrativo e, forse, quello in cui l’autore meglio trasmette la sua personalità di scrittore maturo e i suoi valori umani, religiosi e sociali. I protagonisti del racconto sono due contadini: lui pastore, lei, Mara, figlia di contadini. Tra i due nasce un amore giovanile, intenso e delicato ma, per volontà di gente malvagia, dovranno affrontare umiliazioni e sofferenze senza via d’uscita. Stefano finisce in galera per la falsa testimonianza del suo rivale in amore e paga un omicidio non commesso con trent’anni di carcere. Mara, rimasta sola e indifesa, assieme alla madre, a coltivare la terra, viene stuprata di notte dal figlio del barone per cui lavora che, saltuariamente, viene in Calabria a visitare il suo feudo. Le sofferenze di Stefano nella vita carceraria commuovono e fanno riflettere sulle ingiustizie umane e sulla debolezza dell’uomo, specialmente se povero e non si può difendere. Ci troviamo dinanzi all’assurdità del destino o “Ananke”, come dicevano i greci. Alla fine, a Mara viene sottratto il bambino e viene allontanata dalla casa colonica assieme alla madre. Scontata la pena, Stefano torna in paese e incontra Mara che ancora lo aspetta e la storia d’amore continua. Le sofferenze hanno inciso sulla loro vita ma l’amore ha resistito, rinnovandosi. Stefano, tornato dopo tanto tempo, trova un mondo cambiato, ma la sua passione per la pastorizia rimane. Riesce a farsi gradualmente un gregge, che accresce col suo saper fare e si trasferisce sull’altopiano, ma questo provoca in Mara un senso di solitudine quasi depressiva; ma l’amore, come dice San Paolo, vince tutto e la coppia trova la concordia. Anche le favole amare hanno il lieto fine, e il racconto di Sicari è a lieto fine. Il carcere, le ingiustizie e le sofferenze umane trasformano la personalità di Stefano. Perdona il suo carnefice, accoglie nella sua casa il figlio di Mara e consente che questi sposi la figlia di colui che gli ha ficcato un chiodo nel cuore.
Il racconto è ambientato nei paesi delle colline ioniche dell’Aspromonte tanto care allo scrittore, e il mondo in cui si svolgono le vicende è quello della civiltà contadina, che poi è l’unica passata dalla nostre parti dopo quella magno-greca. Belle le descrizioni delle colline in cui lo scrittore è nato, dei torrenti e delle fiumare. Il paesaggio dà respiro alla narrazione ricca di avvenimenti che avvincono il lettore e lo fanno meditare sulla vita ricca di sorprese liete ma spesso anche assurde e inumane, in cui il Destino segna la vita degli uomini. È descritta la natura nei suoi aspetti paesaggistici e ci presenta la vita così com’è: la malvagità, le istituzioni spesso ingiuste, i problemi sociali irrisolti, gli umili che non riescono a trovare la via del riscatto, ma anche la bontà che alberga nell’animo umano.
Qualcuno potrebbe dire che il libro descrive un mondo scomparso, ma che importa? Quel mondo ancora vive nella sua memoria commossa, in quel mondo l’autore ha sofferto e amato come tanti calabresi.
Forse, Sicari è l’ultimo cantore d’un mondo scomparso, che lui conosce bene e conserva nella sua anima.

Autore: 
Bruno Chinè
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