Roghudi, la spettrale bellezza dell'Aspromonte Greco

Lun, 30/12/2019 - 21:00
A spasso per la Calabria

Incastonato tra le montagne, a circa 500 metri di altitudine su una collina che svetta dal letto e scende a strapiombo sulla fiumara Amendolea, sorge l’antico borgo di Roghudi, in grecanico Richùdi.
Secondo alcuni studiosi, il termine deriva dal greco Rhogodes “pieno di crepacci” o da  Rhekhodes che sintetizza il concetto di aspro.
Il borgo fu completamente abbandonato in seguito a due alluvioni che a distanza di due anni colpirono l’abitato, la prima nel 1971 e la seconda nel 1973.
All'epoca Roghudi contava circa 1650 abitanti, ma già dopo la prima alluvione vi furono morti e dispersi. Fu allora che venne deciso di trasferire gli abitanti di Roghudi Vecchio, nonché la sede comunale, in un abitato di nuova fondazione, ottenuto dalla cessione di una porzione di territorio di Melito Porto Salvo. E così Roghudi è uno dei rarissimi casi in Italia in cui il territorio è suddiviso in due zone non confinanti: Roghudi Vecchio dista da Roghudi Nuovo 40 km. Gli irriducibili, per lo più anziani pastori, resistettero comunque fino al 1973, quando un'altra violenta alluvione li costrinse a trasferirsi definitivamente. Da allora Roghudi Vecchio viene annoverato tra i paesi fantasma.
Lo scenario che oggi si presenta ai nostri occhi è quello di un paese misterioso e a tratti inquietante, dove a farla da padrone sono i continui cigolii delle porte e delle finestre ormai ridotti a brandelli. Le case, o quel che ne resta, sono costruite sul precipizio, in condizioni di estrema precarietà. All'interno è possibile scorgervi i letti, le sedie, i mobili e gli armadi totalmente distrutti, testimoni di una vita abbandonata da un giorno all’altro, senza preavviso.
Visitando il borgo si possono notare, inoltre, alcuni grossi chiodi conficcati nei muri delle abitazioni: pare che ad essi venissero fissate corde da legare alle caviglie dei più piccoli onde evitare che, mentre giocavano, rischiassero di precipitare nel burrone che circonda l’intero abitato, come successo più volte ad alcuni sfortunati bambini. A questo proposito, c'è chi giura che recandosi a Roghudi di notte, si possano sentire ancora i lamenti risalire dai dirupi.
A evocare miti e leggende anche due formazioni geologiche naturali simboli dell’Aspromonte Greco, che si trovano in una frazione del borgo chiamata Ghorio: la Rocca del Drago e le Caldaie del Latte.
La prima è un monolite di epoca preistorica che, adagiato in perfetto equilibrio su un piedistallo di roccia, presenta due grossi occhi, secondo alcuni creati da mano umana, forse in età neolitica, secondo altri opera della natura. La leggenda narra che al suo interno vivesse un drago cieco che passava il tempo a terrorizzare gli abitanti della zona: ogni volta che aveva fame se la gente non lo accontentava, ordinava di portare i bambini al suo cospetto per poi divorarli. A pochi passi dalla Rocca del Drago, le Caldaie del Latte, sette piccole rocce sferiche affioranti dal terreno da un blocco unico di roccia friabile: stando alla stessa leggenda, gli abitanti vi si recavano per bollire il latte in grosse pentole e lo offrivano al drago affinché smettesse di cibarsi dei fanciulli e di agitarsi causando veri e propri disastri. Infatti, quando il mostro era particolarmente nervoso scuoteva, con i suoi movimenti, la terra provocando frane e alluvioni. Un’altra versione di questa leggenda vuole che il drago custodisse proprio lì un tesoro di valore inestimabile che sarebbe stato assegnato a chi avesse offerto in sacrificio tre esseri viventi di sesso maschile: un capretto, un gatto completamente nero e un bambino appena nato.
Nessuno ebbe mai il coraggio di sfidare il furioso drago fin quando un giorno venne alla luce un bambino con delle malformazioni che, rifiutato dai genitori, venne avvolto in un telo e affidato a due uomini affinché se ne sbarazzassero. I due, pensando alla vecchia leggenda, decisero di offrirlo in sacrificio e ottenere il tesoro del drago. L’altare era pronto e il gatto e il capretto erano già stati sacrificati. Quando arrivò il turno del neonato, si sollevò una tempesta di vento che scaraventò i due uomini contro le Caldaie del Latte, uccidendone uno. Da quel giorno nessuno osò più sfidare il drago, mentre l’uomo sopravvissuto visse tormentato dal diavolo fino alla fine dei suoi giorni.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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