Rocco Ritorto,un protagonista

Lun, 16/05/2016 - 19:58
Il prossimo 19 maggio avrebbe compiuto 92 anni.

Sono passati cinque anni dalla morte di Rocco Ritorto. Era il 14 agosto 2011. Era nato a Caulonia nel 1924 ed è vissuto per molti anni a Siderno, paese della madre. È stato insegnante, poeta, scrittore, saggista, giornalista, politico. Un giornalista di grande caratura, che aveva dato lustro negli anni sessanta e settanta al radio giornale e al telegiornale di RAI Calabria. Piero Ardenti, direttore del Giornale di Calabria, lo volle nella sua squadra, apprezzando sempre i suoi interventi, specie quelli, proverbiali, sulla inderogabilità di una guerra a tappeto, totale, alla ‘ndrangheta, a 360 gradi.
Fu anche una delle firme più apprezzate del settimanale “La Riviera”, che ospitò molti suoi saggi letterari che spaziavano dalla storia alla poesia, dalle biografie dei nostri uomini illustri, alla Massoneria (di cui fu studioso tra i più profondi e stimati in Italia), e da cui si scagliò con i suoi j’accuse contro le consorterie politico-affaristiche che sviliscono e offendono, ieri come oggi, il concetto di societas in questo lembo d’Italia.
Anche la politica lo vide protagonista.
Era socialista, un socialista d’antan, di quelli che si rifacevano al socialismo utopistico di fine ottocento, avendo la sua militanza come fine la giustizia sociale, come mezzo la socializzazione delle risorse economiche e come sistema di vita la collaborazione, la fratellanza, l’amore tra gli uomini, declinanate in tutte le loro accezioni. Nei suoi scritti traspare sempre una grande delusione verso quel mondo politico nazionale, ma soprattutto locale, che, oscurando tre millenni di storia e di civiltà, a volte percorsi con fatica, ma sempre esaltanti, ha relegato ogni giorno di più la Calabria, la “sua” Calabria, e i calabresi, ai margini del vivere civile.
Parlare di tutta la produzione di Rocco Ritorto sarebbe per noi velleitario, richiederebbe altri scenari e, soprattutto, altri critici, molto più dotati di noi, che oltretutto critici non siamo.
Per questo motivo cercheremo di evidenziare soltanto qualche aspetto della sua ars poetica dialettale, anzi vernacolare (poi cercheremo di spiegare il perché di questa distinzione).
La questione del dialetto, ovvero l’idioma parlato in zone ristrette di determinate comunità nazionali, fu particolarmente sentita dai greci, i primi, nel periodo alessandrino, ad avvertire il bisogno di una lingua comune, κοιν
διάλεκτος (comune perché si tratta della prima forma di greco indifferenziata, contrapposta alla frammentazione dialettale dell'età classica), conseguenza dell'espansione della civiltà greca ad opera di Alessandro Magno che portò questa lingua nei territori conquistati, che fosse in grado di ricondurre a un unico codice comunicativo la molteplicità dei linguaggi parlati.
A fronte della lingua letteraria scritta, ufficiale e ricca di una tradizione largamente consolidata, si è sempre contrapposto un uso del linguaggio parlato, il dialetto appunto, che, espressione delle varie zone di appartenenza, è sempre stato visto come un idioma limitato, inferiore, d’uso quotidiano, del tutto marginale, insomma, rispetto alla lingua ufficiale. Invece di riconoscere l’indipendenza dei dialetti dalla lingua comune e la loro intrinseca poeticità si è spesso preferito sottolinearne la poca correttezza formale, l’irregolarità e la povertà espressiva. Ebbene, su tali pregiudizi si fonda l’opinione, ancor oggi abbastanza condivisa, della subalternità del dialetto.
No!, scriveva Rocco, l’uso del dialetto va non solo recuperato e salvaguardato, ma incentivato.
La valorizzazione di poeti straordinari come Ritorto, Trichilo, Pelle, Coniglio, Mazzaferro, Filocamo, solo per citarne alcuni, possono contribuire a risvegliare le coscienze calabresi perché si riapproprino della loro dignità sopita ma mai perduta, perché abbiano gli occhi rivolti al presente e al futuro, che sarà il presente dei nostri figli, ma le orecchie attente al passato, ad ascoltare, anzi a “sentire”, i cunti delle nostre nonne, i valori dei nostri pappù, il vociare nelle rughe nei nostri paesi, il crepitìo dei vecchi focolari domestici, intorno a cui spesso si scioglieva la musa dei nostri poeti; una musa campagnola, agreste, esaltarice dell’amore, della famiglia, dell’onestà, del lavoro, del rispetto dell’altro.
Con questo non vogliamo rappresentare il nostro passato quasi come un regno di Bengodi, popolato da Calandrini che vanno in cerca dell’elitropia, sereno, bucolico, quasi fiabesco, ma solo evidenziare che, pur con le riserve che debbono essere tenute in conto per tutte le difficoltà e le contraddizioni che lo hanno attraversato, il nostro passato si è “nutrito” anche e soprattutto di valori autentici, addolcendo i travagli di una esistenza spesso stentata, ma certamente più “idilliaca” di quella del mondo d’oggi; dove termini come “omogeneizzazione” e “omologazione” sono gli imperativi categorici che informano la nostra vita. Dove il concetto liberale che la mia libertà finisce là dove comincia la tua, è oscurato dalla prevaricazione dei potentati economici planetari, dalla pervasività del “grande fratello”, e poi, a cascata, del grande cugino e di tutti gli altri parenti…
Scriveva Saverio Strati, nella presentazione dell’opera di Ritorto “A hjaratta”: «Un motivo che accomuna i poeti dialettali calabresi, è l’inno che essi intonano, come in un coro, alla bellezza impareggiabile della Calabria che ha il mare più stupendo, l’aria più fine, le montagne più verdi e più aspre, insomma tutto è ‘na pojsìa’. Questa componente va sentita come atteggiamento emozionale e affettivo, come attaccamento forte alla propria terra che è poi la nostra madre.
E allora ad metalla calabresi, sembra incitarci Rocco Ritorto, salvaguardiamola veramente questa terra, la sua lingua, le sue tradizioni millenarie, i suoi valori di civiltà.
Abbandoniamo finalmente il nostro malnato “jus murmurandi et borbottandi”. Liberiamoci di quei macigni che ci opprimono, di quei lacci e lacciuoli, di quelle catene che sono le ‘ndrine (dalla ‘ndrangheta per così dire ormai “istituzionale”, a quelle collaterali, informi, grigie, silenziose, pervasive, senza lupara e senza “coppole storte”, anzi in cravatta e doppiopetto scuro).
Ritorto il ieri e l’oggi li mette a confronto anche per gusto di polemica, per tirare fendenti contro gli artefici dei mali che affliggono la nostra società, per debellarli, come diceva Campanella, di cui Ritorto è stato un grande esegeta, per troncarli alla radice. Ma è solo l’incipit del suo tessuto poetico, che sottende un altro tutt’altro che secondario intento: una voglia irresistibile di riprendersi il passato, rifugiarvisi per ritrovare il tesoro sentimentale che nessuno e tanto meno il poeta è disposto a ritenere definitivamente cancellato dallo scorrere del tempo, per ricrearsi e rinnovarsi e da cui attingere nuove energie vitali.
Non c’è però, nella poetica di Rocco, rimpianto del tempo passato che si vorrebbe ancora presente, (… quod perisse vides, perditum ducas), perché la storia non si ripete mai, si ripropone e sempre con connotazioni diverse. C’è il lui nostalgia, dolore del ritorno, disìo dantesco (era già l’ora che volge il disìo ai naviganti, e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio), saudade lusitana, cioè ricordo nostalgico di un bene assente che si ha forte il desiderio di rivivere.
Perché la storia di ognuno di noi è bello farla rivivere nella nostalgia dolce del ricordo, mai nel rimpianto, in una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro.
La sua poesia crea una pressione emotiva toccante; penetra lieve nell’animo, si adagia, rapita, sull’osservazione della realtà, ascolta la memoria, il sentire del corpo, i ricordi quasi subliminali che il passato, col suo saluto di addio malinconico ad ogni tramontar del sole, gli trasmette ogni giorno, nel “suo” dialetto, dando un’interiorità sanguigna a questa nostalgia.
Questa è la fonte da cui sgorga quel suo senso romantico della critica, della provocazione, della polemica, dell’amore che connota i suoi versi a volte scanzonati, sornioni, spesso burberi, qualche volta irriverenti, ma sempre, comunque, dolcemente schietti e attuali.
Tutto questo lo fa, Ritorto, con una esuberante e scattante freschezza di versi, col cuore colmo di sentimento che non tracima mai nel sentimentalismo, con uno stampo narrativo sciolto e incalzante. Tutto lo interessa e lo coinvolge. Spazia dai piccoli avvenimenti della vita sociale, ai problemi della famiglia, alla vita politica paesana; parla di ”gnuri”, di “patruni”, degli emigranti, della vita e della morte, del “mundu puttanu”, dove un calciatore è ceduto per cinque miliardi mentre il contadino il suo porco a stento lo ha venduto “mancu a milli liri ‘u chilu”. Da qui l’imprecazione: “Mundu pputtanu, ‘ngrassa ed arricchi cu’ non faci nenti, e cu’ lavura resta ‘nu pezzenti!”, mettendo in evidenza la disparità sociale e la furbizia dei soliti sfruttatori ai danni della gente umile, onesta e laboriosa.
Ieri come oggi!!!
È l’eterno ritorno dell’identico, che ci obbliga alla fatica del concetto, come avrebbe detto Hegel, cioè fare i conti con la realtà, per combatterla e cambiarla quando è necessario.
Quanta amara attualità nelle sue parole!
Dai piccoli ai grandi accadimenti di ogni giorno, da episodi in apparenza trascurabili, egli sa trarre, con la sua vis pungente e raffinata, quadretti di vita quotidiana che spesso fanno si, sorridere, ma castigant, ridendo, mores.
La sua poesia è vicina agli umili perché viene dal cuore e parla al cuore…
Rileggere, studiare, far conoscere i versi di poeti come Ritorto, questa sarebbe una straordinaria operazione culturale per l’apprendimento di valori semplici ma immensi, che i giovani forse ancora non conoscono e che i meno giovani hanno colpevolmente dimenticato. Sappiamo quanto è tortuoso, lungo e disseminato di difficoltà il percorso da compiere, ma è assolutamente necessario intraprendere questo “cammino” di riscoperta delle “radici”, rappresentate sia dal ”ricordo”, che è trasfigurazione fantastica e, quindi, patrimonio del sentimento, sia dalla “memoria”, che è patrimonio della storia, se si vuole dare un futuro alla identità sociale e culturale di una regione che sta perdendo molte delle sue specificità.
Scriveva Rocco Ritorto: Credo che oggi, il patrimonio vernacolare calabrese risenta anche della disattenzione da parte di coloro che dispongono degli strumenti giusti per farlo contare nel mondo culturale per ciò che veramente vale, valore che non trova la funzione e il merito nei concorsi indetti in occasione di feste e manifestazioni varie estive che non sottovaluto, ma che di rado vanno oltre i confini del folklore, mentre dovrebbe altrimenti essere vivificato.
Non a caso il poeta parla di vernacolo. Molto spesso, continua Ritorto, usiamo i termini dialetto e vernacolo come se l’uno valesse l’altro, mentre che non è così, considerando che la loro semantica non è identica, intendendosi per dialetto la lingua parlata dai residenti di una regione o area geografica e, per vernacolo, quella propria di un paese che si differenzia dal dialetto comune. E in Calabria, eredità delle poleis magnogreche, in ogni paese, anche se piccolo e magari conurbato con altri paesi, la parlata è completamente diversa da quella dei paesi viciniori (vedi, per esempio, la differenza, a volte molto profonda, tra le parlate di Locri, Siderno, Gioiosa e Roccella).
Nel difficile processo di salvaguardare il nostro passato è necessario, innanzitutto, il recupero della memoria. Il nostro presente non è che la sintesi, nel bene e nel male, di tutta la nostra storia. Il passato deve, quindi, essere conservato e integrato nel presente e costituisce la base per la costruzione del futuro. Per queste ragioni la civiltà contadina non va rimossa come retaggio antistorico, ma va recuperata e trasformata in linfa vitale, capace di dare nuove motivazioni alle nuove generazioni.
A noi oggi si presentano tante opportunità di interagire con mondi diversi dal nostro, ma spesso non lo facciamo, per pigrizia mentale, per superficialità, perché stiamo smarrendo le coordinate del vivere civile, da cives siamo diventati subiecti, passivi, inerti, e quindi non riusciamo ad orientarci ed integrarci in un mondo divenuto complesso e complicato, percepito il più delle volte come estraneo.
Questo distendersi all’indietro per potersi tuffare in avanti abbisogna del coraggio della memoria. Gli antichi odori, i sapori, i suoni, le onomatopee, le sensazioni, gli stati d’animo, rappresentano un microcosmo che, se recuperato e rivissuto, potrà rappresentare il lievito e insieme il collante che dà significato al presente consentendoci di ritornare ad essere protagonisti e, da protagonisti, affrontare il futuro, sicuri di poterlo vivere con dignità.
Il passato, ricostruito e cantato da tanta nostra poesia dialettale è dolce nella memoria come ogni autentica poesia lirica; è scomodo, però, per chi non ha il coraggio, la forza, la voglia e la capacità di ricordare. Certo la nostra civiltà contadina non va certo mitizzata, resta, però, ancora indispensabile all’uomo d’oggi per contribuire alla costruzione di una società planetaria non omologata e trasformata in una pura forma logica, in un semplice guscio, per dirla con Pirandello. Se riusciremo a capire il nostro passato conservandone quella parte che merita di essere trasmessa, se sapremo percorrere, senza smarrirci, i viottoli ed i sentieri intricati che dai mondi particolari portano verso una cultura sempre più universale, conservando la nostra identità, potremo difenderci dai processi di omogeneizzazione in atto che sono sotto i nostri occhi, per entrare dalla strada principale, da attori e non da comprimari, nel villaggio globale della Nuova Storia.

Autore: 
Franco Pancallo
Rubrica: 

Notizie correlate