Parlare, pensare e la paura di vivere

Sab, 04/07/2020 - 11:30
Calabrese per caso

Il tempo che stiamo vivendo non è certo caratterizzato da una sua normalità nei modi attraverso i quali esso si pone; cioè offrendoci un destino difficile da democrazia sospesa per anime vaganti quali noi siamo in preda alla paura del vivere. Non è neanche un tempo di riflessione perché, al di là delle isterie collettive che hanno colpito ogni nostra intima convinzione, ci troviamo ancora oggi a fare i conti con l’atavico senso di smarrimento e di incertezza che riguarda la nostra esistenza. Vaghiamo tra le nostre insicurezze senza trovare approdi, spiagge sicure e ci abbandoniamo, così, a ricette di politici improvvisati sulla via romana che, nel loro mantra di ritorno, disegnano scenari possibili, soluzioni praticabili in un improbabile futuro di rinascita. Certo, vorrei non sembrare ostaggio di un pessimismo quasi leopardiano, seppur espresso per latitudini diverse da quelle del sommo marchigiano. Tuttavia, come non notare nelle rocambolesche comparsate le espressioni di alcuni “esperti”, la cui mimesi posturale denota più delle stesse parole la più completa assenza non solo di concretezze ma, soprattutto, di una visione di insieme che possa fare di una crisi, di un dramma, un’occasione di ripresa, di riorganizzazione vera e concreta? Vagando ancora, tra dirette social e talk da domenica pomeriggio, pur nella migliore volontà di apprezzare, ti ritrovi spettatore della recita di sempre di colui che ha una parte e crede di poter essere protagonista solo per credito d’autorità. E la realtà diventa così molto più cruda nelle sue manifestazioni. Se la salute pubblica ha un senso, questo le viene attribuito dalla capacità di avere un’idea di come e in che misura essa si vuole offrire. La compulsività della paura di un contagio non solo ha distratto ogni individuo dalla vita di ogni giorno, ma lo ha relegato a pensare solo ad una possibilità di rischio, dimenticandosi di altre minacce alla propria salute che incombono quotidianamente e che, per una sorta di ironia dell’emergenza, ogni possibilità di cura è stata tralasciata per affrontare il male del nuovo secolo o giustificare alibi di comodo. Tra esperti da telemarketing e saccenti da tastiera, alla fine abbiamo capito che il male perfetto si nasconde in un prodotto proteico-molecolare che diventa ragione ed essenza di ogni nostro timore, di ogni nostra angoscia. E così, non vi sono altri mali. Non è un male la disoccupazione che aumenterà man mano in progressione, superando ogni calmieratore possibile, se tale fosse mai stato quel pseudo-sinergico virtuosismo espresso dal rapporto reddito di cittadinanza/lavoro sommerso che condannerà ancora una volta alla sopravvivenza al ribasso il nostro Sud. Non è un male l’aver sospeso se non ripreso lentamente la diagnostica o la chirurgia. E non è un male se, spaventati dal morbo invisibile che non si manifesta con tutto se stesso, ci approssimiamo verso un lento ma inesorabile declino, perché l’abitudine a decrescere ormai fa parte di una cultura se non di una condizione accettata. E, ancora, non sarà un male se neanche con una ragionevole politica keynesiana di investimenti pubblici non rialzeremo la testa per costruire possibilità/opportunità di lavoro dal momento che, in fondo, non mi sembra vi siano capacità tali da creare un modello così semplice se si impiegassero al meglio le risorse. Ormai, rassegnati dal timore di vivere, e navigando nelle tempeste dei social, abbiamo capito che si può discutere di tutto per vivere di un’illusione che ci distrae, che si possono seguire i nuovi eredi e le nuove credenze della partitocrazia casalinga che elargisce, con nuovi riti, le proprie preghiere fatte in casa. Ma alla fine, quando ci risveglieremo da questo torpore e ci guarderemo ancora una volta allo specchio, ci renderemo conto che ciò che ci avvolgerà sarà la triste e immobile atmosfera di sempre: quella fatta di paura, supponenza e di snobismo verso noi stessi e verso gli altri. Una condizione che giustifica l’aridità dei nostri pozzi, delle nostre anime, e la corsa verso colui che ci offrirà poco alla volta, e alla sua occorrenza, quella quantità d’acqua necessaria per farci sopravvivere e piegarci, ancora una volta, al suo volere.

Autore: 
Giuseppe Romeo
Rubrica: 

Notizie correlate