Omicidio Cordì, chiesta conferma condanna Cataldo

Mer, 16/02/2011 - 00:00

Il sostituto procuratore generale Ezio Arcadi ha chiesto alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, la conferma della condanna di primo grado nei confronti del boss Antonio Cataldo (nella foto).
L’uomo è stato condannato in primo grado dal Gup di Reggio Calabria, Tommasina Cotroneo, a trent’anni di reclusione: è infatti ritenuto il mandante dell’omicidio di Salvatore Cordì, detto “u cinesi”, elemento di spicco della cosca Cordì, l’altra potente ‘ndrina di Locri. Salvatore Cordì fu ucciso il 31 maggio del 2005: un delitto che si inquadrerebbe nell’ambito della storica faida tra i Cordì e i Cataldo, iniziata il 23 giugno 1967, in seguito alla cosiddetta strage di Piazza Mercato, in cui morirono tre uomini, tra cui il boss Domenico Cordì, accusato di aver sottratto un carico di sigarette (le “bionde”) al celebre patriarca don ‘Ntoni Macrì, ucciso nel 1975, a Siderno, da un commando facente capo alla famiglia De Stefano.
Secondo le indagini, svolte dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, l’omicidio di Cordì avrebbe lavato col sangue un’altra importante uccisione: quella di Giuseppe Cataldo. Al termine della propria requisitoria, dunque, il sostituto pg Ezio Arcadi ha chiesto alla Corte la conferma della sentenza di primo grado.
La difesa di Cataldo, invece ha chiesto l’assoluzione: nel corso della prossima udienza potrebbe esserci spazio per l’eventuale replica della Procura Generale, in caso contrario la Corte entrerà immediatamente in camera di consiglio per la decisione. Nelle indagini relative all’omicidio vennero coinvolti anche il giovane Domenico Zucco (assolto per non aver commesso il fatto), nonché Michele Curciarello e Antonio Martino, ritenuti gli esecutori materiali del delitto. Di recente l’operazione “Locri è unita”, condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, ha dimostrato come le due cosche Cordì e Cataldo abbiano messo fine alla sanguinosa faida, che aveva comportato anche la “chiusura” del locale di ‘ndrangheta, in modo tale da poter gestire, con più serenità, affari e denaro. E’ proprio l’omicidio di Salvatore Cordì e la vicenda giudiziaria degli uomini arrestati come mandanti ed esecutori, ad aprire nuovi scenari agli inquirenti, attraverso la collaborazione di Domenico Oppedisano, che di Cordì è il fratellastro.
L’uomo avrebbe deciso di passare dalla parte degli inquirenti perché disgustato dall’invito a testimoniare il falso nel processo a carico di Curciarello e Martino. E’ lo stesso Oppedisano a raccontare la circostanza agli inquirenti. Nel dicembre 2010 il pentito, collegato in videoconferenza da una località protetta, ha ribadito la propria versione dei fatti anche nell’ambito del processo d’Appello contro i presunti mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005: “Vennero a parlarmi Cosimo Cavaleri e Antonio Cordì, figlio di Cosimo, mi dissero: ti chiameranno per il processo sull’omicidio di Salvatore, mandala buona a Curciarello, dì che era in ottimi rapporti con Salvatore, non è un’infamità, fallo per la famiglia”.

Autore: 
Redazione
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