Mandorlo di contrada Varacalli di Ardore

Sab, 04/07/2020 - 09:00

L’appuntamento era all’entrata di Ardore, venendo da Locri, in un giorno di agosto del 2019, con l’idea precisa di recarsi in contrada Varacalli di Ardore, delimitata a ovest da una località del comune di Benestare, per visitare l’allevamento suino di Fortunato Sollazzo.
Ero ospite dell’auto di Rosario Condarcuri e arrivammo in anticipo sugli altri invitati, che erano stati in precedenza ad ascoltare, in un convegno organizzato dal GAL “Terre Locridee”, alcuni personaggi che relazionavano sul tema delle mandorle e, tra questi, l’industriale dolciario molisano Claudio Papa, venuto in Calabria a invitare i calabresi a riprendere la coltivazione dei mandorli.
Egli aveva parlato del modello ideale di semi di mandorle per confezionare i confetti per cui la sua ditta è specializzata, e ci aveva informato che essi non dovevano derivare da frutti che producono semi doppi, in quanto non idonei.
In Italia la produzione più consistente è rappresentata da quella siciliana, che è di qualità, ma essa non è sufficiente a soddisfare le esigenze delle industrie dolciarie italiane, che si devono rifornire dai mercati internazionali, specialmente da quello della California, che per la coltivazione di mandorli e di altre piante specializzate, tra cui gli agrumi, sfrutta fin quasi all’esaurimento le acque del fiume Colorado.
Gli immensi mandorleti californiani sono coltivati a sesti ravvicinati, ossia ogni pianta è messa a dimora dalle altre alla distanza di circa due metri e le varietà coltivate sono in prevalenza quelle a guscio tenero, più propense ad assorbire le enormi quantità di veleni che piovono dall’alto elargiti dagli aerei attrezzati a irrorare i campi con antiparassitari e diserbanti.
Di conseguenza i semi di mandorla californiana che prevalgono nei supermercati italiani contengono residui di veleni contenuti dagli antiparassitari e dai diserbanti irrorati sulle piante e sui terreni.
Le persone che si recavano in visita al podere di contrada Varacalli erano prevalentemente interessate al suino calabrese, in quanto erano o erano state coinvolte nel settore connesso alla trasformazione della sua carne, e tra gli interessati c’erano il fattore del Barone Macrì e Attilio Cordì che era assieme a Pietro Schirripa, tra i primi a essersi battuto per la valorizzazione di tale varietà di maiale.
Io accolsi l’invito di Rosario in quanto mi avevano detto che c’erano delle piante di un mandorlo interessante a guscio duro.
Per raggiungere la località percorremmo gli ultimi quattro chilometri circa, orlati di ginestre spinose, da ampelodesmi e da Hiparrhenee Hirte (Silipe), attraverso una sterrata transitabile solo da fuoristrada e, alla fine, giungemmo in un paesaggio lussureggiante, costituito da una specie di cratere lunare, ricco però di vegetazione, da cui spiccava a occidente un piccolo bosco di querce castagnare (Vergiliana Tenore) e un’area ortiva; la parte non coltivata era divisa in sezioni da robuste recinzioni entro cui si muovevano liberamente maiali e anche delle capre aspromontane.
Per scendere dalle auto attendemmo l’autorizzazione di Sollazzo, in quanto era necessario mettere alla catena dei feroci cani da guardia e rinchiudere delle scrofe con dei piccoli che potevano a loro volta essere pericolose qualora qualcuno si fosse avvicinato ai maialini.
Personalmente non badai molto ai maiali neri calabresi, abbelliti dai “margari” (perle, in greco), gli elementi che a coppia pendono loro sotto il collo, che in italiano regionale in qualche parte d’Italia vengono definiti “tettanzole”, ma osservai gli orti, in cui prevalevano i pomodori e i peperoncini piccanti e delle viti.
Chiesi poi dei mandorli: mi fu indicato il posto in cui cercarli e ne trovai uno molto interessante in una lieve scarpata, dall’età di circa ottant’anni.
Il tronco era alto più di due metri, ma era lievemente inclinato, per cui tutta l’area centrale della pianta era interamente priva di foglie e non era dotate di frutti, e solo le parti laterali erano dotate di foglie e di mandorle.
Dedussi che le diaboliche capre aspromontane si fossero arrampicate sopra e si fossero nutrite delle fronde e dei frutti ancora teneri del mandorlo; a conferma chiesi dopo a Sollazzo.
A sassate recuperai delle mandorle, ne ruppi il guscio e constatai che erano ideali per i confetti e mi riproposi che al momento opportuno sarei andato a recuperare gli innesti per poter riprodurre degli esemplari con cui costituire delle riserve d’innesto per eventuali impianti specializzati.
Con il mio amico Santino Panzera, in seguito, portammo i campioni di alcune varietà a Claudio Papa, in un convegno sul tema a Reggio, tra cui una a guscio tenero di Portigliola, ed egli ci indicò quelle più idonee: il mandorlo di Portigliola, il mandorlo di Staiti, il mandorlo di Locri, il mandorlo di Brancaleone e il mandorlo di Ardore, appunto.
Portai gli innesti a Santino di tutti questi mandorli, tranne quello di Ardore, che egli ha innestato sul mandorlo amaro e di essi sono attecchiti esemplari a quantità sufficiente a contribuire a costituire un campo di salvataggio su cinque che il GAL “Terre Locridee” ha in progetto di costituire nella Locride centrosettentrionale.

Autore: 
Orlando Sculli
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