Lo scioglimento della Fondazione Alvaro ha suscitato non solo disappunto, ma anche un’ondata di riflessioni sull’effettivo stato della cultura e della vita sociale in una terra difficile come quella di San Luca.
La vicenda ha sollevato questioni delicate, che vanno oltre l’ambito puramente culturale, mettendo in discussione la gestione della comunità e la fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni. È arrivato il momento di trovare delle persone che difendano questa terra e siano pronte a rispondere al prefetto e a scrivere al Presidente della Repubblica, per far sentire la propria voce e indirizzare la protesta verso le autorità competenti.
La cultura è un elemento imprescindibile per qualsiasi comunità, soprattutto in territori che hanno sofferto per decenni sotto il peso delle difficoltà sociali e politiche. Lo scioglimento della Fondazione Alvaro, senza un minimo di giustificazione adeguata, ha rappresentato non solo una ferita per la comunità, ma anche una rottura con il passato e con quel patrimonio di impegno e di valori che essa incarnava. La chiusura di un’istituzione come questa non può passare inosservata e la responsabilità di chi l’ha deciso non può essere ignorata.
Un aspetto fondamentale da sottolineare riguarda la gestione del presidente della fondazione, Aldo Maria Morace, un professore universitario che, con la sua figura, ha prestato il proprio nome e la sua reputazione a un territorio complesso come quello di San Luca. Il suo sacrificio di “prestare la faccia” a un territorio come questo, in queste circostanze, non solo danneggia la reputazione di chi vi si presta, ma, cosa ancor più grave, danneggia tutta la Calabria. Perché dopo questo episodio, è probabile che nessun altro avrà il coraggio di fare lo stesso.
Un altro punto che suscita particolare indignazione è il trattamento riservato a Bruno Bartolo, il quale, ricordiamolo, è stato pregato e supplicato cinque anni fa di candidarsi a sindaco per evitare che la comunità rimanesse senza guida. Un gesto di responsabilità che, oggi, viene ingiustamente ignorato o addirittura denigrato. Accusare Bruno Bartolo di comportamenti illeciti è un atto aberrante, soprattutto considerando che in quel periodo era l’unica figura che poteva garantire una leadership per la comunità.
In questo contesto, la fiducia che i cittadini di San Luca ripongono nelle istituzioni locali, come la prefettura, è seriamente compromessa. La gestione della prefettura, infatti, ha mostrato più volte le sue debolezze. Basta pensare alla farsa dell’inaugurazione del medesimo luogo per ben quattro volte, un luogo che resta tuttora chiuso. Questo è solo uno degli esempi di come la prefettura non sia riuscita a portare risultati concreti sul territorio.
Il prefetto, a sua volta, aveva promesso che sarebbe stato un rappresentante dello Stato diverso, capace di portare una ventata di cambiamento nel territorio. Ma, come spesso accade, quelle promesse non sono state mantenute, e la percezione che lo Stato italiano non faccia altro che perpetuare il proprio disinteresse nei confronti di una terra abbandonata rimane forte.
La realtà di San Luca e della Calabria oggi è difficile. Le difficoltà di trovare persone disposte a impegnarsi senza compenso per le cause sociali, come quelle per una fondazione culturale o per un’associazione, sono emblematiche della sfiducia che si è radicata nel cuore della gente. L’indifferenza delle istituzioni locali è palese, e la situazione è aggravata dal fatto che, ad esempio, il FAI, che oggi celebra la figura di Giuseppe Correale, mentre io ricordo, che quando è morto, Siderno era governata da una commissione prefettizia che non solo non ha fatto nulla per celebrare un cittadino illustre, ma non ha nemmeno fatto un manifesto o deposto una corona di fiori sulla sua tomba.
Questi episodi, che sembrano non fare altro che accumularsi, spingono sempre più a riflettere sull’opportunità di restare legati a un sistema che non sembra funzionare. La tentazione di abbandonare questa terra, di lasciarla al suo destino, cresce. La Calabria sembra destinata a rimanere una regione abbandonata a sè stessa, un luogo che non riesce a riscattarsi.
Infine, un ultimo pensiero va alla lotta contro la mafia e alla commissione antimafia nazionale. Lo stesso principio che ha portato allo scioglimento della Fondazione Alvaro dovrebbe essere applicato anche alla commissione antimafia, poiché, come si sa, la Colosimo è nipote di una persona condannata per reati di mafia. Se davvero si vuole affrontare la criminalità organizzata con serietà, bisogna partire da una riflessione onesta e senza pregiudizi, applicando le stesse regole a tutti.
La Calabria merita di più e la sua gente ha diritto a una rappresentanza che, prima di tutto, faccia gli interessi della comunità e non quelli di chi detiene il potere.