Giornalista per caso

Dom, 29/11/2015 - 10:45
Non avrebbe mai immaginato che il giornalismo sarebbe diventata la sua strada. Per 50 lunghi anni Aristide Bava ha raccontato la Locride senza mai scadere nell’improvvisazione cialtrona o nella spettacolarizzazione canaglia.

Ha inscatolato nei suoi taccuini la Locride per cinquanta lunghi anni. Sotto questa potentissima lente di ingrandimento che è la stampa, Aristide Bava ha messo a fuoco il nostro territorio. Magari non avrà scritto tutto quello che avrebbe voluto ma di certo non ha mai scritto quello che non pensava. Aristide ha riportato quello che ha visto, con grande serietà, senza toni sensazionalistici perché lui non sa che farsene del fiato sospeso, perché lui non ha mai amato assaporare gli scandali ma denunciarli.
Lunedì scorso, sprofondati in due poltrone di finta pelle, abbiamo ripercorso insieme i suoi cinquant’anni di giornalismo e di Locride, interrotti più volte dalla suoneria in crescendo del suo cellulare, perché – Aristide lo sa bene – in qualsiasi momento “il giornale ti chiama all’ordine”.
Perché ha scelto come compagno di avventura l’inchiostro?
È stato un caso fortuito. Non mi sarei mai sognato da ragazzo di diventare giornalista. Ho avuto la fortuna di conoscere uno dei più grandi giornalisti che la Calabria abbia mai avuto, Gigi Malafarina, che allora era corrispondente a Siderno per la Gazzetta del Sud. Fu chiamato in seguito, per i suoi meriti, alla redazione del Giornale. Per essere assunto doveva adempiere a un obbligo: trovare un sostituto a Siderno. Io ero suo amico ma di giornalismo capivo poco o nulla, perciò in un primo momento rifiutai. Ma Gigi mi fece pressione perché avrebbe perso un posto di lavoro a cui da tempo aspirava e a cui teneva particolarmente. Mi toccò sul mio punto debole e alla fine accettai. Non ti nascondo che appena vidi la mia firma sul giornale, il giorno dopo la partenza di Gigi, mi scoppiò dentro una passione che a distanza di 50 anni è ancora viva.
Qual è stato il suo primo articolo?
Il mio primo articolo riguardava una protesta studentesca all’Istituto Tecnico Commerciale di Siderno. Siamo nella seconda metà degli anni 60, allora le proteste erano all’ordine del giorno.
Oltre a essere il periodo delle proteste furono anche gli anni dei sequestri più eclatanti. Nella Locride furono sequestrati imprenditori, professionisti e persino donne e bambini. Tra le giovani vittime, Giovanni Furci, di Locri, che a soli 9 anni fu tenuto in catene per 7 mesi in Aspromonte. Cosa ricorda di quegli anni?
Sono stati anni tristi per la Locride che hanno affossato dal punto di vista turistico il nostro territorio. Era il momento del boom turistico verso la Calabria e proprio allora sono iniziati i sequestri di persona. La vicenda di un imprenditore di Brancaleone si è diffusa a macchia d’olio sulla stampa nazionale e quello che fu detto della Calabria non invitava di certo a visitarla. Ai sequestri si sono accavallati i moti di Reggio, fatti deleteri che si sono ripercossi fino ad oggi e a causa dei quali abbiamo perso un’occasione per promuovere il nostro territorio che nell’immaginario è stato sempre più assimilato al “regno della delinquenza”.
Quindi è da quegli anni che è stato impresso questo marchio incandescente che ci portiamo ancora dietro?
Purtroppo sì. Ricordo che mi capitò di fare un giro nel nord Italia e delle persone che avevano saputo che venivo dalla Calabria mi chiesero preoccupati come si vivesse quaggiù, che pericoli corressimo, perché quei fatti ebbero grande risonanza sulla stampa nazionale.
La stampa nazionale strumentalizzò quanto stava accadendo?
Quando avvengono fatti negativi nel nostro territorio la stampa nazionale ci marcia sopra. In occasione del sequestro del bambino di 9 anni, Giovanni Turci, ci fu una trasmissione curata da Santoro, che con le sue telecamere raggiunse Siderno. Quel servizio pesò molto negativamente sull’immagine del nostro territorio. D’altronde, però, il fenomeno esisteva: nell’area della Locride, in particolare a Bovalino, si registrò il più alto numero di sequestri mai avvenuti in Italia, se rapportato alla densità della popolazione.
Gli anni 70 sono anche gli anni della nascita delle regioni. In Calabria inizia un dibattito sulla collocazione del capoluogo che sfocerà nei moti reggini, a cui prima ha fatto riferimento. Lo slogan di allora fu “Boia chi molla”, di dannunziana memoria. Alla fine, però, il boia mollò e si smise di pensare che fosse possibile cambiare la realtà con le barricate e gli slogan, che lasciarono spazio alle clientele, ai clan, alla defezione. Sopraggiunse il tempo dell’omertà… Cosa significarono quegli anni per chi faceva giornalismo?
I giornalisti hanno fatto cronaca in quel periodo. Noi della provincia abbiamo vissuto un po’ meno quei fatti. I giornalisti reggini raccontarono la realtà: i boia, le barricate, l’esercito e i carri armati che sopraggiunsero per sgomberarle. Fu una rivolta estrema e i motivi per cui nacque, a mio parere, non la giustificano.
1975, muore ‘Ntoni Macrì. Come i giornali, e la Gazzetta in particolare, se ne occuparono?
La morte di ‘Ntoni Macrì, giornalisticamente parlando, è stato un evento. Lui è stato un personaggio carismatico nel bene e nel male. Dicono sia morto perché si opponeva ai sequestri di persona, al traffico della droga, alla nuova ‘ndrangheta, quindi si è creata questa aureola attorno a lui, considerato il padrino della Calabria, e spesso è stato esaltato a torto. Era un personaggio forte ‘Ntoni Macrì e di lui la Gazzetta si occupò ampiamente; io stesso gli feci una lunga intervista quando era in carcere. Il lettore non mollò la presa nemmeno un attimo da quei fatti.
Dopo la sua morte scoppia la prima guerra di ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta si inserisce sempre più nel traffico internazionale di droga e successivamente negli appalti statali così da riciclare il denaro sporco. Nella Locride inizia il periodo delle faide. Ci racconti quegli anni…
Furono anni in cui c’era davvero d’aver paura. Si sparava senza motivo e spesso contro persone che non c’entravano nulla, o magari erano amici o intermediari. Ma bisognava raccontare anche quello e mettere ogni timore da parte, anche perché se si ha paura questo mestiere non lo si può fare.
Qual è stata la decisione più difficile della sua carriera?
Non c’è una in particolare. Mi sono trovato in difficoltà quando fatti di cronaca coinvolgevano persone che conoscevo ma non ho potuto comunque sottrarmi al dovere di raccontarli, e ho cercato di barcamenarmi tra l’affetto che nutrivo per gli amici e il dovere di cronaca.
E la gratificazione più grande, invece?
Al di là dei premi e delle targhe, a darmi grande soddisfazione c’è stata una questione che sono riuscito a risolvere molti anni fa. Sono stato contattato da un prete che viveva in una frazione di Marina di Gioiosa, Junchi. Era sconsolato perché la situazione di quella contrada era drammatica: lui era costretto a celebrare i funerali all’esterno della chiesa perché pericolante e in più non c’era una strada, quindi il feretro doveva essere portato a spalla. Ho preso a cuore questo suo disagio e ho fatto diversi servizi che sono andati anche sulla pagina nazionale. Allora quello che veniva scritto sui giornali riceveva grande attenzione dalla politica e nel giro di pochi mesi furono risolte diverse questioni, tanto che il prete mi è stato sempre riconoscente e anche quando è stato trasferito in un’altra parrocchia siamo rimasti in contatto.
Un’intervista che le è rimasta particolarmente impressa?
Mi è capitato di intervistare Giulio Andreotti e mi piace ricordarlo non tanto per il personaggio in sé, quanto piuttosto per la sorpresa che ebbi nel sentirmi dare risposte così precise e accurate su questioni riguardanti non solo la Calabria ma addirittura la stessa Locride, che denotarono una conoscenza così profonda del nostro territorio che difficilmente ho riscontrato nei nostri deputati calabresi.
C’è qualcosa del giornalismo di oggi che non le piace?
Parecchie cose. Oggi è facile fare il giornalista, basta avere un computer a portata di mano, fare copia e incolla, riprendere un comunicato e l’articolo è bell’e pronto. È un giornalismo che non soddisfa più il lettore. Il giornalismo di un tempo si faceva sul campo con una penna in mano e una macchina fotografica dietro. Quello era vero giornalismo: quando bisognava fare i salti mortali per portare la notizia a casa.
Dalla penna al computer… ha vissuto in pieno la rivoluzione informatica…
Inizialmente ci servivamo del telefono per le interviste e per reperire informazioni a distanza. Poi è arrivato il fax e già per noi è stata una rivoluzione. Quando è stata la volta del computer, quelli come me si sono messi a ridere: fare giornalismo sarebbe stato un gioco da ragazzi!
Oltre Gigi Malafarina, un altro giornalista della vecchia guardia che ha apprezzato particolarmente?
Era un giornalista di Ardore, si chiamava Gaetano ma mi sfugge il cognome, era detto “u pipirindolu” perché era un fanatico della notizia: qualunque cosa succedesse lui non mancava mai all’appello.
Gigi Malafarina è stato il suo maestro di giornalismo, invece, per quanto riguarda la politica, altra sua passione, quali orme ha seguito?
Io sono cresciuto sotto l’egida prima di Vico Ligato e poi di Franco Quattrone. Però uno dei personaggi che qui a Siderno mi ha affascinato tantissimo soprattutto per la sua dialettica è stato Marco Lulì. Altro personaggio carismatico è stato Carlo Satira: lui era un volpone, uno di quelli con lo sguardo lungo. Io ero uno sprovveduto rispetto a loro.
Da giornalista con 50 anni di esperienza sulle spalle a giornalista che ha da poco iniziato che consiglio può darmi?
Di restare asettica sulla notizia, di cercare di ragionare con la tua testa senza lasciarti abbindolare o stimolare da altri. Oltre a fare giornalismo, come hai ricordato, ho fatto anche politica e conciliare le due cose è stato abbastanza complicato perché mi trovavo “diviso” tra il mio pensiero politico e il dovere di giornalista. Ho sempre evitato l’eccesso sia da un lato che dall’altro. Devo anche dire che ho avuto il sostegno di una redazione che non mi ha fatto pesare questa mia “ambivalenza”. Ho ricevuto decine di lettere anonime e alcune mi sono state anche nascoste, per fortuna, altrimenti avrei dovuto rinunciare o all’una o all’altra passione.
E quale avrebbe scelto?
Avrei rinunciato a fare politica ma mai a fare giornalismo.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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