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Frammartino: “A Caulonia, nel Paese, il mio, in cui ci si conosce senza conoscersi…”

Lo scorso fine settimana, Caulonia ha accolto Michelangelo Frammartino, il registra   vincitore   del   premio   speciale   della   giuria   alla  recente Mostra internazionale del cinema di Venezia, con tutti gli onori e l’affetto verso i figli migliori. Emozionatissimo, ha ricordato il cugino Angelo, tragicamente morto la sera del 10 agosto 2006 sulla porta di Erode a Gerusalemme, assassinato da un coetaneo palestinese che lo aveva scambiato per un sionista.

Lo scorso fine settimana Caulonia ha accolto Michelangelo Frammartino, il registra cinematografico  vincitore   del   premio   speciale   della   giuria   alla   recente Mostra internazionale del cinema di Venezia, con tutti gli onori e l’affetto verso i figli migliori. Il sindaco, Kety Belcastro, affiancata dal suo vice e assessore alla cultura Domenico Campisi, hanno fatto gli onori di casa omaggiandolo anche di un dono, una icona realizzata dalle suore del Piccolo Eremo delle Querce di Crochi. Frammartino, emozionatissimo, ha ricordato il cugino Angelo, tragicamente morto la sera del 10 agosto 2006 sulla porta di Erode a Gerusalemme, assassinato da un coetaneo palestinese che lo aveva scambiato per un sionista. L’auditorium Casa della Pace che porta il nome dello sfortunato pacifista, colmo in ogni ordine di posto, era in   febbrile attesa. “Questa è la casa del carissimo Angelo” ha esclamato. E, giù, un lunghissimo applauso. Cauloniese di Milano, come ama definirsi, figlio di   genitori partiti dalla Calabria in cerca di un futuro migliore. “Ho ancora viva in me l’emozione del primo ritorno – si è raccontato a margine dell’evento – se così si può definire, a Caulonia. Conservo vivissimo il ricordo di quando avevo appena quattro anni. Superata la stazione di Riace, poco oltre, avvisto  la torre saracena sulla collina di Caulonia Marina e sento il cuore che mi esce dal petto. Un’emozione fortissima che non riesco a cancellare. Eppure, io non venivo da qui, il mio non era un ritorno, io sono nato a Milano. Emozioni, memorie mie ma che non erano mie. L’amore per Caulonia è qualcosa che ci lega, che ci tiene assieme al di là della nostra storia individuale. Qualcosa di collettivo, fortissimo. Quando mio zio – continua – alla stazione, mi prendeva in macchina e mi portava su in paese, giunti al rettilineo di Frauzzo, appariva il paese, mi assaliva uno spavento meraviglioso. Ancora oggi mi chiedo come potevo provare quell’emozione, quel sentimento per un luogo che neppure conoscevo. Sai – ci punta con il suo sguardo – io sono stato tanto qui. Se sommassimo i giorni, le ore, le settimane che sono stato a   Caulonia, meglio in Calabria, potremmo dire che vi ho vissuto quasi diciotto anni, la metà della mia vita. Ma quello che provo non dipende da questo. Io parlo di quella emozione così forte, in tenerissima età, da non avere ancora il vissuto che poi ho maturato negli anni. C’è una memoria, un legame che ti precede. Ricordo con commozione quelle donne che incontravo nei vicoli del paese quando girovagavo come una trottola, che mi fermavano chiedendomi chi ero. Ma prima ancora che io rispondessi mi dicevano: “Tu sì ritortu, però ‘ndai ‘ncuna cosa di dimetri”. E concludevano, “Tu sì u figghjiu i Maria e Franchinu”. Pur non conoscendomi. Quindi, ci conoscevamo senza conoscerci. Così come io conoscevo la torre saracena senza averla mai vista. Sì! Sono legato a questa terra senza essere mai partito. Essere calabresi vuol dire questo, essere nati qui senza esserlo, vivere questa comunità senza averla mai vissuta”. Il dialogo si sposta sulla sua arte cinematografica, pur rimanendo schivo.“C’è un lavoro sulla parola, una regressione per quanto riguarda i dialoghi – risponde alla nostra osservazione – C’è un tentativo di non permettere alla parola e all’essere umano, cheè molto accentratore, di dare voce ad altre cose. Quel silenzio che consente ad ogni spettatore di sentirsi protagonista del film. Se tu lo   saturi, imponi a chi viene a vederlo, il tuo significato. Gli studi universitari – rispondendo all’ultima domanda -mi sono stati utili più della scuola di cinema. Perché l’architettura è l’arte del non chiudere. Tu devi dare spazio a chi verrà  ad abitare, a vivere le logiche del suo tempo. Quindi bisogna sapere ospitare chi verrà ad abitare, come ho imparato qui a vivere. Il mio è un cinema costruito sulla natura, sul nostro legame con essa”. Michelangelo si congeda e si allontana con lo zio Nandino che lo attende fremente, come quando da bambino e poi da ragazzo, lo attendeva alla stazione ferroviaria. Dalì a poco avrebbe avuto inizio la proiezione del suo fortunato e prestigioso ultimo lavoro, “Il Buco”.

Durante il pomeriggio aveva incontrato i giovani, durante un seminario. Con loro ha parlato di cinema, di quanto lavoro c’è intorno ad un film, le emozioni e le fatiche che lo accompagnano, delle aspettative e delle paure, di quanta fatica comporta fare talune riprese nell’oscurità del sottosuolo a centinaia di metri lontani dalla superficie. Interessato ad ascoltarlo un osservatore d’eccezione. Un altro cauloniese che porta in giro per il mondo il buon nome della comunità, Mimmo Cavallaro. Per entrambi la gioia di rivedersi. Mimmo gli porge alcuni suoi dischi “Per rilassarti quando ne avrai voglia”. Lo sguardo di Michelangelo nel riaverli non ha bisogno di commenti o interpretazioni.

Ilario Camerieri

 

 

 

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