Carta Bianca

Mar, 11/02/2020 - 12:00
Calabrese per caso

È più che evidente che la vita politica e sociale di questo Paese, e della Calabria quale periferia che si presta a essere il miglior laboratorio delle contraddizioni che viviamo ormai quotidianamente, sia ostaggio di due argomenti fondamentali. Il primo è l’eterna, noiosa e improduttiva lotta politica per il potere che si manifesta e si autorappresenta completamente avulsa da ogni contesto di vita vissuta in termini di risultati e di relazioni. Il secondo l’imperio giudiziario di un senso di giustizia che sembra andare oltre l’autonomia stessa, il suo significato, la sua essenza etica e morale e la sua ragione costituzionale con bollettini di guerra che non sono più secondi alle esperienze sudamericane di qualche decennio fa. Ebbene, se nel primo caso sembra che l’abitudine ci abbia resi quasi autoimmuni da ogni sentimento di critica, se non strumentalmente indirizzato all’avversario qualora fossimo presi da un senso di rivalsa da esclusione, nel secondo caso le cose sembrano cambiare, e non poco.
Sarà che siamo occupati e preoccupati spesso a dare un senso ai nostri comportamenti, o indaffarati a ricercare un significato che ci possa rendere uguali nel difendere la legalità quale principio o virtù non monopolizzabile e senza diritti di esclusiva. Sarà, forse, perché a volte cerchiamo di comprendere come e in che termini l’esercizio di un potere e di funzioni attribuite da un’autorità che è lo Stato, nella sua astratta sovranità popolare, possa giustificare personalismi o personali interpretazioni di un modello di governance pubblica che appartiene a tutti nei diversi campi: istruzione, difesa, sicurezza, e… giustizia. O sarà perché il potere, se logora, come ricordava Giulio Andreotti, gli esclusi, è anche vero che incute timore, crea paure e alimenta insicurezze, come interpreta un buon Zygmunt Bauman, quando il suo esercizio prescinde dalla valutazione degli scopi, non viene condotto spersonalizzando se stessi, non lo si ritiene uno strumento di crescita ma solo di repressione per evitare di dare risposte.
Ora, credere che si possa salvare un Paese o una regione come la Calabria (ammesso che vogliamo essere salvati, e bisognerebbe capire da chi, come e, soprattutto, in che modo e a quale prezzo) potrebbe avere un suo senso a condizione che si possano declinare con serietà e non con vanità ragioni, metodi e obiettivi. Pre-condannando al di fuori delle aule di tribunale usando talk show dal discutibile valore di civiltà del diritto, stabilendo la validità di liste di indesiderabilità/impresentabilità che non hanno valore giuridico-costituzionale né politico-amministrativo senza precedenti specifici sanzionati, perché nate al di fuori di sentenze, o mortificando di fatto il diritto di difesa o dei contrappesi di garanzia al debordare del potere pubblico sul cittadino - titolare di quei diritti fondamentali sul quale proprio il potere pubblico giustifica e legittima se stesso, e non il contrario, non credo che si faccia un buon servizio alla legalità. E, questo, dal momento che se si ritiene che il confine tra legalità e ciò che non lo è attribuito solo ad alcuni e pochi prescelti, dovrebbe spiegarci dove sta la differenza, in termini di legalità, tra un ordinamento democratico e un ordinamento che democratico non è, atteso che il secondo considera ogni violazione al suo ordinamento altrettanto illecita.
Certamente non sta a me, in queste poche righe, dilungarmi su un terreno giuspubblicistico, se non da filosofo del diritto quale io sicuramente non sono. Tuttavia, credere nella presunta democraticità e nella risolutezza di un potere attribuibile con carta bianca come condizione di salvataggio, mi sembra, da artigiano del diritto, sia la negazione non solo di uno Stato democratico, ma della sua stessa funzione e scopo. E questo, soprattutto per quell’ultimo debitore di fiducia nei confronti di un cittadino, che è lo Stato nelle sue articolazioni, nei suoi poteri, nelle persone che ne esercitano ruoli e funzioni non in nome di se stessi, ma di chi rappresentano, la comunità politicamente e giuridicamente organizzata. Per quel creditore di fiducia che il cittadino con il diritto di riscuotere certezze e risultati, di potersi fidare dell’obiettività e imparzialità di un’indagine o di un giudizio all’interno di un giusto processo, che in democrazia non si manifesta nell’abbattimento o nella mortificazione delle garanzie, ma nell’affermazione della superiorità di uno Stato di diritto che combatte ogni patologia sociale in termini di civiltà e non di allarme.
Giustificare risultati investigativi ponendo al ribasso il problema del numero delle ingiuste detenzioni, quasi si trattasse di una fisiologica, per quanto tragica, normalità, o credere di capovolgere un modello di rito, o sanzionatorio o investigativo, per abbattere tempi o metodi che spesso sono frutto di dinamiche organizzative o di uomini, non ha molto a che vedere con gli scopi di uno Stato di diritto.
Potrebbero avere a che fare forse con una nuova concezione della giustizia che intende gettare nel cestino, però, le opere di un Beccaria o le vite di chi ha combattuto o subito crimini e violenze o ingiustizie – altra forma di violenza forse ancor più grave - nella speranza di mutare il corso di una vita, magari salvando dove possibile, capitalizzando il successo della superiorità di un’idea.
In questo si gioca una credibilità che lo stesso Calamandrei, nel suo “In Difesa di Danilo Dolci” ha ben rappresentato. Oppure si gioca la credibilità di un potere che può sempre essere messo in discussione, anche se rappresentato da un’Autorità che si ritiene irraggiungibile o incensurabile come il mugnaio di una periferia prussiana ne “Il mulino di San Souci” ritenne di poter fare nei confronti di chi amministrava la giustizia, pensando che ci sarà pure un giudice a Berlino per riconoscergli diritti e censurare torti.

Autore: 
Giuseppe Romeo
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