C’è sempre un che di triste che etichetta il luogo sacro della Madonna di Polsi come luogo di riunioni di Mafia, come scenario di misfatti all’ombra del santuario. Da qualche settimana, la statua della Madonna di Polsi è in viaggio ospitata dalle Chiese dei paesi del comprensorio. Un solenne anno Mariano, indetto dal Vescovo di Locri-Gerace, il “percorso di purificazione e rinnovamento”, porta il Divino Simulacro tra la gente festante e i paesi tutti. Ma, quel ma, accompagna sempre i Calabresi, i peggiori nemici di noi stessi, i peggiori delatori della propria terra, fino ad arrivare al punto in casi di estrema ignoranza e ristrettezza mentale di disertare le processioni di accoglienza, sempre in casi e luoghi estremi, di essere infastiditi dalla “tarantella” che accompagna la nuova e moderna carovana.
Re Roberto il Normanno, a seguito della scoperta nel 1144 di una Croce di ferro davanti alla quale si inginocchia il bue del pastore italiano di Santa Cristina d’Aspromonte, fa costruire il santuario della Vergine di Polsi. La stessa Madonna apparsa al Pastore, chiede che in quel luogo impervio e magico allo stesso tempo, si erga un tempio dedicato al suo culto, Roberto il Normanno da così inizio alla costruzione del santuario mariano.
Il re stesso, per voto porta un grande sasso, simbolo del peso dei peccati e delle manchevolezze dell’animo umano, sasso da murarsi tra le fondamenta che sia segno della sua devozione a Maria.
Il luogo sacro diventa per la sua bellezza e per la sua magica particolarità, meta di pellegrini e carovane da ogni parte.
Viaggiano la notte le carovane, viaggiano con le fiaccole e la preghiera si accompagna ai suoni dei tamburelli, i canti si odono da ogni parte e sul sagrato si balla la tarantella, piccoli e grandi, per devozione per fare festa per essere arrivati li. Da secoli questo, da quando i basiliani si rifugiano per sfuggire ai saraceni, da quando nel 1560 viene collocata la statua tufacea proveniente dalla Sicilia.
Da quando i pellegrini portano un sasso davanti a Maria come peso dei propri peccati e del pentimento.
Ma c’è sempre un ma, un ma che tristemente, etichetta il luogo sacro come luogo di riunioni di Mafia, come scenario di misfatti all’ombra del santuario, già nel 1903 si ha notizia di una riunione di mafia al luogo detto Serro di Zappini e così di seguito altri episodi e avvenimenti fanno si che il santuario, a torto o a ragione, si colori di una triste fama.
Da qualche settimana, la statua della Madonna di Polsi è in viaggio ospitata dalle Chiese dei paesi del comprensorio.
Un solenne anno Mariano, indetto dal Vescovo di Locri-Gerace, il “percorso di purificazione e rinnovamento”, porta il Divino Simulacro tra la gente festante e i paesi tutti.
Ma, quel ma, accompagna sempre i Calabresi, i peggiori nemici di noi stessi, i peggiori delatori della propria terra, fino ad arrivare al punto in casi di estrema ignoranza e ristrettezza mentale di disertare le processioni di accoglienza, sempre in casi e luoghi estremi, di essere infastiditi dalla “tarantella” che accompagna la nuova e moderna carovana.
Si guarda con diffidenza, si etichettano i devoti e i cittadini che sono di origine Sanluchese o dei paesi interni, come incivili detentori di riti insani e offensivi, anche se da decenni abitano alla marina e hanno attività commerciali, lavorano e si sono integrati, votano e gli si chiede con larghi sorrisi il voto, questi uomini e donne, me compresa, pensano di essersi integrati ma così non è all’apparire della statua della Madonna di Polsi tutte le vecchie acredini, i risentimenti, quel subdolo razzismo viene fuori, la sacra effigie amata da secoli e venerata solo per un “perché quel perché, viene accompagnata da una popolazione eterogenea, festante, che da secoli ha quel suono, quella musica quella tarantella.
Anche il prete la sera dell’arrivo scoppiettante, non si aspetta tutti quei fedeli, corrono a benedire in sacrestia le particole troppe poche per i tanti fedeli cosi come la benpensante e frequentatrice assidua della Chiesa direbbe il nostro De Andrè “… Si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto” a voce alta esterna al parroco il suo rammarico per gli “incivili” che si riversano in piazza, soprattutto i piccoli chiamati con disprezzo “bastianegli” vengono guardati a vista con i loro tamburelli festanti con loro si accompagnano gli altri che non hanno origini montane, ma l’innocenza non conosce la malizia e la cattiveria l’innocenza non pensa che una Madonna possa ledere l’identità la tanto acclamata “Bovalinesita’” .
Striscioni, di preghiera, comprati e pagati come i palloncini, le fiaccole e tutto il resto, dai privati cittadini della comunità Sanluchese, vengono guardati con terrore prima di essere collocati, “… qui no, qui non si può lontano dalla Chiesa”.
La Piazza si riempie, siamo tanti, siamo una comunità festante che accoglie, festante come da secoli si fa in quel luogo, con suoni e tarantella.
Siamo tanti e ognuno con la sua storia, le sue origini, in un momento in cui l’integrazione e l’accoglienza sono linfa della nuova società, ancora verso il “forestiero” c’e’ quella cattiveria celata che porta persino sui social pensieri che a seguito dell’evento, recitano la vecchia storia di sempre, che addirittura il paese, Bovalino, avrebbe potuto benissimo fare a meno di tale “episodio” che la speranza è quella che non venga anche usurpato San Francesco di Paola.
La Madonna è li, coperta di fiori, tanti lumini e il parroco e i suoi ministri, mal informati e mal imbeccati in un primo momento, si aprono nei giorni successivi all’accoglienza del popolo festante, la sera i piccoli e grandi “bastianegli” uniti a giovani di ogni provenienza, attendono in piazza la fine della funzione e poi davanti alla Vergine suonano i meravigliosi canti che sono nel cuore di tutti noi, che non abbiamo origini bovalinesi ma che di questa comunità facciamo parte da decenni, padroni delle nostre professioni del nostro lavoro e non dediti ai misfatti.
Parte l’effigie, l’accompagniamo con felicità e gioia, sempre noi gli stranieri con una piccola fetta di purosangue, i portatori di San Francesco la collocano sul mezzo che la porterà negli altri paesi, loro, i portatori, sempre disponibili e accoglienti al grido di “viva Maria ” questa volta.
I video e i post delle altre comunità mostrano le feste, i fuochi le tarantelle, il coinvolgimento totale dell’eterogenea popolazione, comunità non additate e non all’ombra della mafia, che vivono serenamente la presenza della Madonna di Polsi, comunità libere di animo e pensiero.
Parte Maria di Polsi e va via, da questo luogo dove la diffidenza e l’astio pesa come i sassi del Re Roberto il Normanno, dove le coscienze hanno paura di una Madonna, di farsi vedere ai suoi piedi, perché lei è colpevole di accogliere ladri ed assassini, inconsapevole e muta di ciò che avviene al suo cospetto. Via Maria!
Annamaria Delfino