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sabato, Aprile 5, 2025
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Amore imperfetto: storia di una madre, Caterina e di un figlio, Andrea

Un figlio disabile, quando nasce, non è mai una benedizione, lo puoi paragonare a una tegola che ti cade in testa. Quando lo prendi in braccio per la prima volta, lo baci, lo guardi, lo riguardi, lo accarezzi, cerchi di trovare quelle immagini che per tanto tempo ti hanno accompagnato. Quell’immagine di bambino perfetto che tu aspettavi svanisce nel nulla come per incanto e tu cominci ad amare con tutte le tue forze quel piccolo essere imperfetto che ti aveva tanto fatto sognare per lunghi mesi.

Generalmente, quando il lettore si accosta ad un mio scritto a mia firma, solitamente, sa di trovarsi davanti ad un articolo divulgativo riguardante la mia professione di medico gastroenterologo.

Non questa volta.

Mi sono sentito in dovere, ed ho avuto il piacere di fare la prefazione (non richiesta ndr) e proporre, un post pubblicato su Facebook da una mamma, nonché, mia amica.

Avevo sempre ammirato questa giovane donna sia per la sua intelligenza innata, purtroppo non adeguatamente affinata negli studi, che per la sua bellezza arricchita da due occhi color acqua marina.

La vita ha deciso di renderla protagonista di un film, fatto di grandi sacrifici, ma che, dopo un iniziale smarrimento, lei mi ha consegnato un oscar.

Titolo del film: “Un bambino comune” Protagonista: “una madre” Co-protagonista: “il suo bambino” Genere: “alto contenuto sentimentale”

La trama consiste nel constatare come l’amore può trasformare le persone e le cose, fin anche a indurre una giovane mamma, non avvezza alla scrittura, a stendere una pagina di vera poesia dell’anima.

Riporto di seguito, in versione originale, il post originale travato su Facebook:

“Esattamente un figlio disabile può considerarsi una benedizione?”

Un figlio disabile, quando nasce, non è mai una benedizione, lo puoi paragonare a una tegola che ti cade in testa e ti risveglia in maniera traumatica mentre sei lì a sognare e a fare progetti sul futuro del nascituro! Per nove mesi cerchi di immaginare di che colore possono essere i suoi occhi, a chi potrà somigliare! Cerchi perfino di immaginare il timbro della sua voce mentre emette i suoi primi vagiti. Poi lo immagini mentre allunga le manine per prendere i primi giochini, o semplicemente per farti solo un cenno di carezza. Ridi, mentre lo immagini a fare i suoi primi passetti e lo vedi instabile e barcollante sulle sue gambine ancora fragili! Sono queste le immagini che si rincorrono quando sei in attesa di un figlio! Quando poi nasce e lo prendi in braccio per la prima volta, lo baci, lo guardi, lo riguardi, lo accarezzi, cerchi di trovare quelle immagini che per tanto tempo ti hanno accompagnato. Quell’immagine di bambino perfetto che tu aspettavi svanisce nel nulla come per incanto e tu cominci ad amare con tutte le tue forze quel piccolo essere imperfetto che ti aveva tanto fatto sognare per lunghi mesi. Cominci piano piano ad accettare ed amare i suoi difetti o anche le sue limitazioni. Ed ecco che ricominci nuovamente a sognare, avendo però questa volta diversi obiettivi. Obiettivi semplici, obiettivi pratici che possano in qualche modo renderlo sufficientemente autonomo. Nel tempo questo figlio trasforma la tua vita, te la stravolge in tutti i suoi aspetti, ti costringe a delle rinunce che tu mai avresti pensato di fare, ma ti fa anche capire quali sono le vere priorità della vita e quali sono i valori per cui valga la pena lottare. Ti fa apprezzare le piccole gioie e conoscere la vera sofferenza e allora ti chiedi, ancora una volta, se era questo ciò che tu volevi o quello che tu sognavi. No, non era questo che volevi, né quello che tu sognavi, ma sei certa che quello che tu hai oggi non lo cambieresti per nessuna ragione al mondo!

Chiamatela benedizione, chiamatela come volete ma questo è Amore!!!

Commenti a questo punto sono assolutamente superflui.

Mi limito a concludere citando una frase pronunciata da San Pio da Pietralcina:

“Quasi tutti si rivolgono a me chiedendomi di togliergli la croce che stanno faticosamente, portando ma nessuno mi chiede di aiutarli ad imparare a portarla.”

Rinaldo Nicita

 

 

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