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sabato, Aprile 5, 2025
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Un racconto per l’estate

Massimo Veltri ci narra un racconto che spazia tra vicende personali, ricordi custoditi nell’animo e tempi andati.

Massimo Veltri

Il tre, e certe volte il quattro, agosto era il giorno di san Domenico e qualche parente saliva in Sila per fare gli auguri a mio padre. Non si chiamava come il santo di Guzman: lui era Arturo ma chi sa perché lo festeggiavamo, l’onomastico, in quel giorno, in quei giorni, che ricordo sempre torridi e sempre in Sila.

Forse dipendeva dal fatto che col nome di zio Domenico, zio suo, nessuno in famiglia era stato battezzato dopo di lui, e mio padre ci teneva a tenere alto e presente il ricordo della sua famiglia d’origine: zu Micuzzo.

Il compleanno invece era a marzo, i primi, e se non cadeva in giorni festivi giusto una zuppa inglese veloce coi figli alla sera, altrimenti era un pranzo di quelli di gala.

Venivano, quindi, per gli auguri e io ricordo in particolare R*, che aveva sposato la sorella minore di mio padre, mia zia L*. Funzionario di banca e sempre in giacca e cravatta, aveva una giulia antracite, e a settembre ci andavano a Chianciano dove s’incontravano con la sorella più grande di mia madre e il marito, geometra al Genio Civile, anche lui alfista, e in più cacciatore. Non conosco i motivi che li inducevano a passare le acque, certamente non modaioli: forse qualche affezione tenuta discretamente a bada.

Potevano andare insieme: stesso periodo, quattro persone, e invece no. A mio padre questo inutile spreco non piaceva, ‘non lo concepisco’; a mia madre l’argomento non interessava.

A me questa location delle terme mi suonava a metà fra l’esotico e l’ambiguo: avevo scoperto di recente L’anno scorso a Marienbad e, sebbene poco o niente ci avessi capito, quell’aria di girare lungo viali, sedersi su panchine di pietra, bere acque fumiganti, fare i flaneur e gli esistenzialisti, tutta questa flemma insomma… mi interrogava, mi intrigava pure ma non mi attirava.

Lo zio geometra veniva pure lui a fare gli auguri a mio padre, fin da quando aveva la Topolino, una Topolino color amaranto, dopo di che avevano deciso, lui e la moglie, che bisognava puntare più in alto. A me piaceva, la Topolino amaranto: ci dovevamo andare a Napoli-pure io, me lo avevano promesso-che’ mia zia doveva provare una pelliccia ordinata da Schisa, a via Filangieri. Nomi per me esotici, carezzevoli le orecchie ma niente più, mentre andare a Napoli mi piaceva assai: era una specie di orizzonte fatato, un tuffo nella metropoli, nella storia… Capri, Ischia,Totò e Eduardo che da poco molto avevo imparato ad amare. Avevo già preparato da più di una settimana la valigia e tutto, piccola: due notti si doveva stare, quando il tour fu annullato, Schisa non era ancora pronto per la seconda prova. Disfeci la valigia piccola e passai ad altro. Stavano per avere inizio i mondiali di ciclismo, e la televisione era nuova.

Lo zio bancario immancabilmente portava in regalo una cravatta, con buon gusto e ottima memoria devo dire: mai una uguale o simile alle altre, sempre in toni caldi che si “accordavano con tutto”. Lo zio geometra invece una camicia: mai a tinta unita, difficile l’accostamento con la contestuale cravatta anche se mia madre insisteva fino allo spasimo nell’assicurare l’originalità dell’accoppiamento.

Mio padre non era affatto uno che ci teneva a vestirsi elegante, quando mai. Sempre in completi, grigi, mai spezzati, cravatta e gilet al lavoro, scarpe nere con lacci, cappello solo in tarda età. Era contento che venivano a salutarlo, che si ricordavano di lui, che rivedeva volti di persone familiari. Si stava lì da giugno e si sarebbe restati fino a tutto settembre, quale che fosse stato il tempo, e le frequentazioni silane erano per lui più vacanziere, più free che non in città. Li’ giocava addirittura a calcio, in porta mi ricordo, pure a carte qualche volta, e per il resto passeggiate sul corso con suoi coetanei stagionali, una o due sere persino una ciambotta fuori, dalle parti del lago; una domenica mattina ci portò alla fontana, cosiddetta, di Fiuggi a bere ‘acqua di faggio’ e ‘respirare a pieni polmoni’.

I suoi onomastici, zuppa inglese e uno spumante leggero, fatti di rievocazioni che chiamavano in causa indistintamente e immancabilmente tutti i parenti di tutte le parti, e di tutte le età, vivi e defunti, terminavano puntualmente con un bacieabbracci, dopo di che i due zii si sarebbero messi alla guida ciascuno della propria Alfaromeo, il sole da poco sfumato all’orizzonte, e arrivederci a presto: che sarebbe stato a Santa Ida, l’onomastico di mia madre, a ottobre.

Poi al Vaticano decisero che san Domenico era da spostarsi, all’otto agosto, ma a mio padre e ai miei zii non gli interessò, per niente. Mia madre mi parve di capire che ci restò un po’ male, disorientata: neanche della Chiesa ci si poteva fidare.

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