Zoiaro o Fagiolo di sette anni

Lun, 04/02/2019 - 20:00
Frutti dimenticati

Dopo lo sfondamento a Caporetto degli austriaci, dopo numerose battaglie sull’Isonzo dell’ottobre-novembre 1917, gli italiani furono costretti a rinforzare le retrovie utilizzando ragazzi di appena 17 anni, quelli del 900, mentre quelli del ‘99 (1899) furono mandati sulle prime linee.
Mio padre aveva conosciuto l’esperienza di guerra nelle retrovie, essendo del 900 e qui aveva conosciuto un suo coetaneo e conterraneo di Fossato di Montebello Jonico e non si incontrarono mai più tranne una sola volta a Reggio poco prima della metà degli anni cinquanta.
Si riconobbero miracolosamente e allora l’amico di Fossato lo volle invitare per qualche giorno nel suo paese, da cui ritornò con alcuni strani semi di fagiolo.
Essi erano marroncini con l’ilo (la parte che produce la germinazione della pianta) che avvolgeva completamente uno dei lati corti dei fagioli.
Con molta cura piantò i semi in un campo ben drenato e ben irrigato e vennero fuori delle piante che superarono facilmente delle canne alte più di tre metri.
Venne fuori una produzione abbondantissima di fagioli che mia madre tentò di cucinarli freschi con tutti i baccelli, ma non furono di suo gradimento, per cui mio padre fu costretto a darli da mangiare ad una capra.
L’amico suo gli aveva detto che ricrescono per tanti anni di seguito, per sette anni e allora non zappò quel pezzo di terra e con curiosità aspettò la loro rinascita in primavera dopo che erano seccati ai primi di gennaio.
E puntualmente rinacquero ai primi di marzo e andarono in produzione l’estate, ma come quelli dell’anno precedente andarono ad alimentare le capre.
Nonostante che mio padre li difendesse calorosamente mia madre non volle sentire ragioni e i fagioli  di varietà Zoiaro, che significa, “che ritorna in vita” dopo la fase dormiente invernale, furono estirpati e non completarono il ciclo di sette anni.
Alcuni vicini di campo ebbero i semi e li coltivarono per anni, dal momento che essi avevano scoperto il loro lato buono e sapevano cucinarli probabilmente.
Alcuni anni addietro, frequentando il consorzio agrario del defunto Francesco Mezzatesta di Bianco, ebbi modo di conoscere una persona anziana che aveva avuto dei semi da certe signore di Ferruzzano, che negli anni cinquanta del novecento avevano avuti i semi da mio padre.
Egli con molta precisione mise a dimora i semi alla base di un traliccio alto circa 15 metri, dove transitava l’elettricità ad alta tensione; altri semi li mise a dimora lungo la recinzione vicino ad un gruppo di piante di bergamotto.
Le piantine spuntarono ed egli diede loro la massima cura, arricchendole di sostanze nutritive derivanti dagli escrementi di gallina messe in ammollo.
Crebbero a vista d’occhio e quelle vicine al  traliccio raggiunsero la sua cima e poi cominciarono la discesa, mentre quelle sulla recinzione dilagarono verso i bergamotti e vi si abbarbicarono, ma a questo punto il signore, amico del defunto Francesco, fu terrorizzato dall’invadenza del Lab Lab dal fiore bianco e si mise d’impegno ed estirpò tutte le piante.
Mi diede qualche seme e lo misi a dimora  accanto ad una pianta di cachi, mentre avevo saputo che il mio amico, l’etnomusicologo Valentino Santagati di Reggio Calabria, ma abitante a San Lorenzo Marina, aveva costituito nel giardino della sua casa a mare un orto composito solo di prodotti del territorio. Andai a trovarlo e nell’orto vi trovai tante essenze in via d’estinzione, tra cui alcune piante di Lab Lab dal fiore bianco.
Cominciammo a dibattere sull’origine ed egli affermò che probabilmente è d’origine latino-americana, in quanto egli l’aveva avuto da un signore di Condoianni che l’aveva portato dall’Argentina.
Gli obiettai timidamente che pensavo fosse d’origine egiziana o africana, tanto più che durante l’Expo di Milano 2015, visitando il padiglione del Camerum vidi evidenziato come fagiolo nazionale proprio  quello di cui stiamo parlando.
Valentino aggiunse che è quello suo preferito e che dieci o dodici piante che ricacciano a ogni inizio di primavera, riescono a procurargli il fabbisogno per tutto l’anno.
Aggiunse però che bisogna prestare attenzione nel cucinarlo, per cui bisogna lessarlo due volte prima di cucinarlo perché è leggermente tossico.
Con i baccelli verdi egli fa dei sottaceti deliziosi mescolandoli con altre verdure; in altri termini egli è dell’avviso che tale tipo di fagiolo è ottimo, ma bisogna conoscere il modo per cucinarlo. 

Autore: 
Orlando Sculli
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