Vera Donovan says

Lun, 08/01/2018 - 11:40

#femminicidio #metoo #weinsteinscandal e altri hastag femministi che vi vengono in mente. Molti sono usati in modo generico e tendenzioso, al solo scopo di ottenere un retweet o una condivisone, catturare l’occhio del lettore, suscitare sdegno o quella “semplice” visibilità ottenuta attraverso la ripetizione. Molti non sanno capire quando questi hashtag sono usati in modo scorretto, allora ecco due o tre dritte che poi servono anche per essere più attenti sulle bufale, fake news e sulla disinformazione in generale.
1) Chi l’ha inserito? È un account verificato? E se non lo è controllate non solo il nome che appare visibile, ma anche il nome account, quello che segue il segno @. È un tweet o un retweet o una piccola catena di condivisioni? Su twitter si può individuare il tweet originario e capire se proviene da un account affidabile. Controllate il profilo, leggete la breve bio (se non c’è potete concludere che il tweet non è valido) e controllate followers e follows. Chi segue questo account e da chi è seguito può aiutarvi a capire se è valido o meno.
2) Quanti like ha? Chi l’ha condiviso? Se un tweet è condiviso da account non verificati, più o meno sconosciuti, o non ha uno o più like importanti, è bene diffidare, controllare la notizia su altri social e su Google. Se un tweet di una persona sconosciuta ha un like importante, come quello di un account verificato (in questo ambito potrebbero essere Rose McGowan o Asia Argento, Roxane Gay o altre scrittrici di femminismo, agenzie internazionali come l’UNICEF), allora è più affidabile.
3) A che link porta? Un tweet, va da sé, può non contenere alcun link, ma di solito ce ne sono: spesso conducono a una pagina Facebook o a un link di un giornale online. Apritelo, leggete almeno le prime due righe dell’articolo, oltre al titolo e al sommario. Controllate se all’interno di questo articolo ci sono altri link che conducono a siti riconosciuti. In questo caso è un tweet affidabile.
Neanche a dirlo, le testate giornalistiche che ripubblicano online i loro articoli, inserendo hashtag “a cazzo” (è il termine tecnico usato dai manuali di giornalismo), sono un insieme a sé stante che vuole semplicemente cercare visibilità inserendosi negli stream di visualizzazioni. Questo ci potrebbe far discutere sull’utilità degli hashtag, ma tant’è.
L’invito a tutti è di non usare nessun hashtag sensibile (come #terremoto o #tsunami) se non c’è una motivazione valida.

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