Un volume sul patrimonio fondiario e sui redditi dei sangeracesi nel 1742

Lun, 14/08/2017 - 17:50

È stato presentato al pubblico degli storici, degli esperti, dei cultori di memorie patrie, dei cittadini, un “documento” significativo, raro e originale della storia locale: “S. Giovanni di Gerace nel catasto onciario del 1742”, scritto da Vincenzo Cataldo e Giovanni Pittari (Promocultura edizioni, 2017).
Vincenzo Cataldo, competente ricercatore dell’Università di Messina, ha studiato numerosi catasti onciari del territorio (a settembre uscirà per i tipi di Laruffa una sua ricerca su 94 catasti calabresi onciari studiati simultaneamente), si è interessato di storia economica della Calabria, di torri e pirati, di ceti sociali; è un assiduo frequentatore di archivi e ricopre numerose cariche scientifiche.
Giovanni Pittari, impegnato con intelligenza nella gestione degli Istituti scolastici, assiduo protagonista nelle trasmissioni di Telemia, è nota la sua attività di critico e profondo cultore di storia locale. Ha ereditato l’impegno, la curiosità e la passione per le reliquie del passato da Emilio Barillaro. È stato formatore IRRSAE dell’area storico-antropologica per conto del Ministero della Pubblica Istruzione.
La scoperta, la stampa e la diffusione di quest’opera pongono alla nostra attenzione alcune problematiche di grande attualità e ci aiutano a ricostruire la storia passata, che ancora incide sul presente, del nostro territorio e in particolare di San Giovanni di Gerace.
Il testo si presenta accattivante già nella sua veste grafica. La copertina (realizzata da Giovanni Quaranta), mette in evidenza il sigillo dell’Università di San Giovanni sopra una pagina significativa del catasto: la convocazione del Parlamento locale nella “pubblica piazza di detto luogo dove li cittadini congregar si sogliono a far pubblici parlamenti”. All’interno troviamo bellissime fotografie: la chiesetta bizantina di San Teodoro, le chiese con gli altari di tarsie policrome e la Madonna di legno, i palazzi, i portali con le arcate, gli strumenti della produzione: il frantoio, il torchio, il palmento, le cannizze e gli strumenti di misura come u micanno e u stuppeju.
Apre il libro un capitolo sintetico ma esaustivo sulla storia generale di San Giovanni con le sue chiese con continuo riferimento ai contributi storiografici di Emilio Barillaro e don Vincenzo Nadile.
La parte centrale del libro narra del catasto onciario. Esso – come ci narrano gli autori seguendo le indicazioni metodologiche della più aggiornata storiografia – rappresentò l'attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nel 1740 per il riordino fiscale del regno di Napoli.
Il catasto avrebbe dovuto eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e rappresenta il punto di partenza per la ripartizione proporzionale del peso fiscale.
Gli autori analizzano il catasto nella sua articolazione: gli atti preliminari, che contenevano i nomi dei cittadini; le rivele, una vera e propria autocertificazione, mediante la quale i cittadini rivelavano il loro stato di famiglia, i beni immobili e mobili e le eventuali detrazioni fiscali; l'apprezzo, mediante il quale i delegati al catasto valutavano tutti gli immobili della comunità con le relative rendite; l'onciario vero e proprio, che conteneva il calcolo dei patrimoni.
Nel catasto onciario sangiovannese troviamo l’elenco dei braccianti, la forza lavoro salariata impiegata su terreni di proprietà altrui e testimoni di una agricoltura di sussistenza. Tra i coltivatori diretti emergono i massari, con un maggior grado di autonomia e di stabilità economica, con una produzione che confluiva nel mercato locale e nelle fiere dei comuni vicini. Veniamo a sapere che tra le colture specializzate primeggiavano la vigna, l'ulivo e il gelso. Gli alberi da frutto, come noci, meli e peri erano sparsi per i campi e costituivano quindi un elemento secondario della produzione agricola. Gli autori fanno delle opportune comparazioni con altre notizie che provengono da fonti sussidiarie: i rogiti notarili, i registri parrocchiali, l’apprezzo del 1707, la Cassa Sacra e il catasto murattiano, propri per consentire di definire con la maggiore precisione possibile la società del tempo.
Dalla fonte catastale si possono evidenziare i problemi con i quali l’uomo del passato si è dovuto confrontare in rapporto ai “quadri di civiltà”. Si pensi alla civiltà contadina, sopravvissuta per più secoli, con i suoi valori, con la sua cultura, con il suo dialetto, con il suo lavoro, col suo attaccamento alla terra e agli strumenti della produzione: frantoi, palmenti, torchi, mulini
È opportuno sottolineare che con la pubblicazione di questa “fonte” non si perviene a un solo risultato finale nella scoperta-ricostruzione-narrazione della nostra storia locale.
Il “fatto storico” non è un dato oggettivo, ma è una costruzione, è un prodotto, è un risultato ottenuto dal rapporto tra “ipotesi”, ricavate dai documenti fino a un dato momento scoperti, e “rilevanze”, che sono gli interessi degli storici, il loro punto di vista, il loro paradigma interpretativo.
Questa ”affinità” tra gli interessi dello storico e particolari “facce” o aspetti dei fatti storici, fa sì che la storia sia sempre qualcosa di non finito. Oltre le “facce” che lo storico sceglie di mettere a fuoco ce ne sono sempre altre che egli non ha ancora osservato.
Un arcipelago di nuovi territori si potranno scoprire in questo documento. Temi nel passato privi di dignità storica (le classi subalterne, l’uso del dialetto, la storia dei mulini e dei palmenti, la viabilità e i commerci, la gestione delle acque, l’interesse che il colono doveva dare al padrone) vengono sempre più ad arricchire l’immagine di un’epoca, dilatandone i confini.
Per tutto questo grazie a Vincenzo Cataldo e a Giovanni Pittari per averci dato con questa pubblicazione l’occasione di un riscatto storico del nostro territorio.

Autore: 
Salvatore Napoli
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