Ulivo Gonzalez di Ardore

Gio, 14/12/2017 - 10:40
I frutti dimenticati

Agli inizi degli anni 2000, ricercando gli ulivi particolari del territorio della Locride, confrontavo le mie esperienze con quelle del mio amico Giuseppe Bova di Ardore, che insegnava, come lo facevo pure io, all’Istituto Magistrale di Locri.
Tramite lui, comunicavo con il defunto insegnante Grenci di Ardore, che aveva un podere in contrada Notaro del suo paese, molto particolare, in quanto vi aveva concentrato ventisette varietà di ulivi, la maggioranza dei quali recuperati nel territorio calabrese, di cui alcuni erano tipici della Sicilia e della Puglia.
Il confronto avveniva attraverso le drupe, nel tempo dovuto, che venivano scambiate tramite Bova, che era contento di reggere il dialogo a distanza.
Ad un certo punto Grenci mi mandò delle olive bianche, più grosse della Geracese, che cominciavano a virare verso il lilla; egli era convinto che si trattasse della Biancolilla, molto diffusa in Sicilia, ma che un tempo era presente anche nella parte meridionale della provincia di Reggio.
Cominciai a fare delle ricerche sul territorio e per caso, una decina di anni addietro, fui attratto dal candore delle drupe di una pianta dal diametro di circa un metro ubicata in un orto a ridosso di Razzà di Brancaleone, dove vi stava lavorando un uomo quasi ottantenne.
Chiesi allora come venisse chiamata la varietà ed egli mi rispose che non conosceva il nome, né tantomeno chi avesse piantato quella pianta, che ricordava da sempre dalle stesse dimensioni; aggiunse semplicemente che, preparando in salamoia le olive, prima che virassero al violetto, restavano per almeno un anno sode e belle da vedere, in quanto rimanevano sempre candide.
Ai primi di ottobre del presente anno, accompagnati da Dott. Grenci di Ardore, Nino Cannatà e io ci recammo a visitare il podere di Natalino Zuccalà in contrada Notaro ad Ardore, dove ci mostrò la sua raccolta delle varietà dei peri e dei fichi più tipici di Ardore stesso e mentre ci indicava dall’alto di una ripida scarpata un rigagnolo d’acqua d’ acqua che scaturiva, nonostante la siccità, da un “catusu” (dall’arabo qatus, tubo, ossia un sistema di ricerca dell’acqua, tramite lo scavo di una galleria lunga molte decine di metri, alla base di una collina), ci accorgemmo di una giovane pianta di ulivo dalle drupe candide, che sarebbero diventate lilla a maturazione; aggiunse che la varietà era chiamata l’ulivo della Madonna.
Raccontò che aveva fatto appena in tempo ad innestare un oleastro, prendendo le marze, da un ulivo monumentale che era localizzato a ridosso dello strapiombo, perché un incendio scoppiato nell’estate successiva distrusse la pianta.
Verso la metà di ottobre andai a visitare un giovane impianto di ulivi a Monasterace, nella proprietà di Nino Sigilli, costituito anche da 150 piante di Biancolilla, e verificai che le drupe erano più piccole di quelle delle piante dell’insegnante Grenci e che mai a maturazione diventano lilla; ad un certo punto sono contrassegnate da un colore rossiccio, che poi virerà ad un colore tendente al bleu intenso.
Intanto avevo avuto da Grenci anche degli innesti di una varietà di ulivo, denominato da lui Gonzalez, presente da sempre nel comune di Ardore, forse, affermava, d’origine spagnola.
Gli innesti furono effettuati su un oleastro nell’orto della palazzina dei ferrovieri a Ferruzzano marina e crebbe una pianta vigorosa che cominciò a produrre dopo due tre anni delle drupe molto belle, dalla pezzatura medio grossa, che a maturazione acquistano una colorazione bleu intenso.
Risultarono adattissime ad essere preparate in salamoia, sott’aceto dopo essere state scacciate e snocciolate ed anche al forno.
Già nell’autunno del 2016, l’agronomo Thomas Vatrano, alla ricerca di ulivi particolari nell’area della Locride meridionale, per conto del CRA di Cosenza, notò che la Gonzalez era poco sensibile all’Occhio di Pavone ed anche al Tripide, che attacca in maniera particolare la Geracese.
Raccolse le foglie delle punte apicali dei rami ed assieme a quelle di altre varietà furono consegnate alla dott. essa Samanta Zelasco, ricercatrice di punta del CRA di Cosenza, che volle verificare se fosse una varietà riconducibile alla Spagna, estraendo e studiando il DNA.
Tanto per cominciare la Gonzalez di Ardore non è riconducibile a nessuna varietà spagnola e probabilmente essa aveva preso il nome da una proprietà fondiaria appartenuta a una famiglia d’origine iberica, caratterizzata dalla presenza della varietà di tale pianta d’ulivo.
Dalla ricerca è risultato che tale varietà incrocia con una cultivar presente in Tunisia, denominata “Uovo di Piccione”.
Come mai la varietà di Ardore è identica ad una presente in Tunisia? Probabilmente essa sarà stata portata dall’Italia, nell’antichità, da investitori romani che avevano impiantato nelle loro ville rustiche in Africa settentrionale uliveti oppure durante la dominazione bizantina, che durò un centinaio d’anni, dall’inizio del VI all’inizio del VII secolo d.C.
Di fatti non è ipotizzabile il percorso all’incontrario, in quanto rapporti con la Calabria e la Tunisia non sono stati riscontrati negli ultimi 1400 anni, ossia dal tempo della conquista araba dell’Africa settentrionale, nel VII secolo dopo Cristo.

Autore: 
Orlando Sculli e Antonino Sigilli
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