A titolo di semplice conversazione fra amici

Lun, 11/02/2019 - 17:00

Carissimi Ilario e Rosario, ho letto sull’ultima Riviera la replica del Sig. Sergi sul cosiddetto “reddito di cittadinanza”.
Premesso che anche io mi arruolo fra i consapevoli che “qualcosa si doveva pur fare”, egli illustra - con una “leggera” dose di propaganda - gli straordinari principi, effetti e benefici del cd. RdC. Inanellando però un discreto numero d’imprecisioni e/o presunzioni di fede.
La versione italiana del cd. “reddito di cittadinanza” (che ha una sua specifica definizione e delimitazione disciplinare condivisa ovunque) è ormai evidente ed accertato sia in realtà una misura di “sostegno sociale ai meno abbienti” (ovviamente, non meno importante). In sostanza, è un “reddito d’inclusione”, più elaborato (e molto più complicato) ed esteso ad una platea più ampia di soggetti potenzialmente beneficiari.
Il ciclo del vertiginoso aumento della “povertà”, è in corso da diversi decenni. E dipende anche da fattori molto diversi, complicati e, ahinoi, strutturali. Semplificando, taluni fanno riferimento alla globalizzazione ed alla circostanza che sono venute meno le “possibilità” di una parte del mondo – quello occidentale e dell’emisfero nord del pianeta – di continuare a sostenere il proprio benessere (ed anche il welfare sociale), drenando risorse (naturali, energetiche, ecc.) all’emisfero sud del mondo, continuando a depredarlo biecamente. Il quale, peraltro, prima si accontentava di un pugno di riso ed una baracca e ora vuole auto, tv e telefonino (altrimenti si riversa da questa parte….). Talaltri, fanno riferimento alla straordinaria evoluzione ed influenza della “tecnologia”. Cha ha caratteristiche mai viste prima: l’accessibilità diffusa, il costo ridotto e l’ipervelocità di avanzamento e innovazione rispetto ai tempi di evoluzione della società, di elaborazione della politica, di adattamento delle persone. Uno squilibrio non indolore e che produce effetti molto seri e preoccupanti. Che richiederebbe “coscienza” e “capacità” ed invece si sparge solo “paura” e ostracismo inconcludente.
La retorica sui “preparati e capaci”, “l’elite”, o peggio, i “radical chic” (come con disprezzo vengono tacciati quelli che hanno studiato, lavorato o combinato qualcosa nella vita, facendo anche errori sì, essendo umani…) sta diventando il paravento per far credere al “popolo” che “chiunque” può fare la “qualunque”. Purchè abbia alle spalle il consenso del “popolo” (da qui l’accusa di “populismo”) ed un’infarinatura degli argomenti (magari appresi da una superficiale smanettata su internet!). E’ un clamoroso inganno, ovviamente. A danno proprio di quegli ultimi che la pletora di ripetitori di slogans a pappagallo dice di avere a cuore. La differenza fra l’errore del “competente” (fattore normalmente connesso al produrre teorie e soluzioni, assumendo il rischio “ponderato” del fallimento….) serve sempre. Perché consente ad altri “competenti” di leggere i dati, capire dove si è commesso l’errore, modificare la teoria, portare avanti la ricerca, sperimentare le modifiche e produrre soluzioni, innovazione ed avanzamento. Accettando anche l’estremo che il problema non trovi immediata soluzione e/o efficace ed appropriata risposta. L’errore dell’”incompetente”, invece, è frutto di un terno al lotto: può andar bene o male, senza capire perché e come mai e, quindi, condannandosi alla buona sorte. Albert Einstein mi pare sostenesse di essere uno degli scienziati più falliti, perché tantissime sue teorie si erano dimostrate assolutamente sbagliate. Da qui la sua nota espressione: il successo è solo l’esito di una lunga sequenza di errori!
Ora, noi tutti speriamo che il governo abbia una gran “botta di culo” ma, se ha sbagliato i calcoli (e fin’ora non ne ha preso uno, vista la retromarcia sul deficit dal 2,4 al 2%, sull’abolizione della povertà, sul boom economico alle porte, ecc.), checchè ne pensi Travaglio sull’aleatorietà delle previsioni, saranno caxxi amari.
Sorvolo sul tema furbi meridionali geneticamente predisposti. Come anche sulla effettiva capacità del Governo di incidere su sprechi e risparmi: questione mi pare scomparsa dai radar (a parte la solita solfa riduzione stipendi parlamentari…. e dei soldi della TAV che sono però da restituire alla UE). Ma, sarà forse per il limite di “competenza” che il RdC ricorra allo spauracchio della “pena” contro i temuti furbi? E la prospettiva del carcere sarà un vero deterrente? E tutto ciò che precede e consegue (qualcuno dovrà accertare, altri pronunciarsi con un giudizio, fino alla Cassazione….), sarà un costo maggiore o minore della somma indebitamente percepita?
Tornando ai “poveri”, condizionare la concessione del beneficio del RdC alla dimostrazione, da parte dei medesimi, di voler accettare di “entrare in un percorso di formazione e indirizzo verso l’occupazione, oltre a e iniziare a prestare opera nel proprio Comune” è abbastanza razzista: infatti, che ne facciamo di quelli che (per vari motivi, perfino esistenziali…..) non ci riescono? Li emarginiamo? Li esponiamo al pubblico disprezzo? Abbandonati al loro destino e niente RdC.
Per prestare attività lavorativa a servizio della P.A., si richiede il rispetto di una serie di regole prima ancora che di norma, di pura civiltà (es. la sicurezza sui luoghi di lavoro, ecc.). Chi fornirà ai nostri disastrati Comuni le risorse economiche per le obbligatorie e necessarie dotazioni di sicurezza per gli operatori? E le assicurazioni contro infortuni, ecc.? Dovranno pagarsele i beneficiari del RdC o saranno a carico della comunità? E i Comuni potranno mettere tasse per coprire queste spese a carico del bilancio? E i cittadini ne saranno contenti e confermeranno il voto?
Surreale è poi il riferimento agli incentivi ed al contributo del RdC per attenuare il “disagio dei territori comunali più poveri, degradati e condannati alla desertificazione ambientale e demografica”. Che esiste proprio in quanto nei nostri territori non c’è una diffusione di aziende di dimensioni capaci di dare lavoro, senza uscire dal mercato. Quindi, chi dovrebbe accedere agli incentivi assumendo la marea di potenziali beneficiari del RdC? Nel merito, eviterei davvero di offendere la verità, esaltando il Decreto Dignità: un disastro annunciato che sta producendo disoccupati a migliaia, perchè le aziende non rinnovano più i contratti scaduti o in scadenza. Fantastico è poi sostenere che il RdC influisca sul ripopolamento dei nostri piccoli paesi. Con i suoi obblighi di accettare le offerte di qualsiasi posto di lavoro e facendo aumentare i km di distanza della provenienza dell’offerta medesima ad ogni rifiuto. Cosa si crede avverrà in un territorio in cui manca totalmente l’offerta? Se non si potrà rifiutare l’offerta proveniente da altre zone se si vuole avere il RdC si creerà un cortocircuito? E in quali zone sono le offerte di lavoro? Ovviamente al nord. Quindi armi e bagagli e partire. Se la remunerazione offerta è insufficiente per sostenere la propria famiglia (affitto, trasporti, servizi, ecc. più costosi), il nostro “povero” sceglierà stretto fra due opzioni (accettare o rifiutare) stritolanti. Ci sono esempi di “investimento sulla condizione di povertà”: il più noto è forse quello inventato dal premio Nobel per la pace 2006 , il bengalese Muhammad Yunus (per inciso, un professore universitario di economia). Ideatore e realizzatore del microcredito moderno, ovvero di un sistema di piccoli prestiti per avviare piccole attività imprenditoriali destinati alle donne delle famiglie  ma, troppo povere per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali. Nulla a che vedere con l’impostazione del RdC grillino!
La “povertà” è uno stato drammatico ed insopportabile della condizione dell’essere umano, è indubitabile che la collettività debba farsene carico. Ma, il contributo richiesto deve essere proporzionato al reddito dei singoli: chi ha di più deve dare di più. E la misura deve essere sostenibile per il bilancio dello Stato: se fallisce i primi a rimanere schiacciati saranno proprio i deboli e poveri. Se lo Stato sta in piedi, qualcuno potrà farsi carico in tutto o in parte di loro. Se lo Stato implode, quella platea potrà solo aumentare trascinando nella povertà anche le fasce immediatamente sopra la soglia.
Il RdC dei Cinquestelle (in origine 30 mld poi ridotti a 7 di cui 2 già nel Reddito d’inclusione) è una misura totalmente a debito. Tant’è che il Governo ha dovuto ridurre notevolmente la fascia dei possibili beneficiari e l’entità del sostegno. Accettando per i prossimi tre anni clausole di copertura automatiche di RdC e quota 100 pensioni. Ovvero, aumento IVA per ben 56 mld€ . Che è il prelievo più iniquo che esiste, perché agisce sul costo dei beni (anche quelli di prima necessità) e pesa molto differentemente sulle fasce sociali: l’IVA sborsata per acquistare un pacco di pasta è uguale per il povero come per il ricco ma, quest’ultimo ha molte più risorse per sopportare l’obolo!
Concludo evidenziando che il principio devastante del RdC, nella versione divenuta legge, lo ha ben individuato Carlo Calenda. Per la prima volta nella nostra storia è passato il principio che la fascia di chi lavora con stipendio mensile di 1.200€ (un infermiere di corsia, un operaio, un giovane appena assunto, ecc.)  dovrà pagare parte dello stipendio di chi con il RdC ne prenderà 1.300€.
Il messaggio incontestabile di fondo è il seguente: chi ha già un lavoro, giammai se a tempo indeterminato ed indipendentemente se sia scarsamente remunerato, (di fatto) è un “PRIVILEGIATO” rispetto a chi non ha un reddito. Quindi, può essere colpito. 
E’ questo che è oggettivamente non condivisibile e perfino insopportabile.
E i ricchi? Beh, loro sono stati totalmente dimenticati dal Governo del cambiamento!
Ciao.

Autore: 
Maurizio Diano
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