Quando Carnevale era tutta un’altra storia

Dom, 11/02/2018 - 18:20

Il primo vestito confezionato per carnevale che ebbe mia madre fu di fatina. La nonna le diceva “È di regina, non di fatina”, ma dalla descrizione dell’abito non sono riuscita a isolare degli elementi che possano escludere l’una o l’altra ipotesi. In genere mia madre veniva vestita da suo padre con vestiti cuciti dallo zio Oreste, preside di un liceo, che pare cucisse i vestiti di carnevale a tutti i bambini di Nicotera.
Con vecchi vestiti, forbicioni, varie pezze, tela indiana venduta da un mercante ebreo, chiamata “tela amara”, e l’ausilio di una macchina da cucire a pedale, lo zio Oreste sfornava costumi di cavaliere errante, di re, di regina, di fante, di contadino, di vecchio, di marajà, indiani d’America, pistoleri e sceriffi, e tutta una sequela di personaggi usciti dalle vecchie fiabe italiane e dai fumetti dell’epoca.
I bambini venivano presi in mucchio e messi sui carri. Parliamo di carri di legno, con le ruote, trainati da quell’animale fantastico noto come “bue”. Maschi e femmine erano mescolati, e a seconda del personaggio principale del carro, il capocarro annunciava: “Il carro del marajà! Potete venire a prendere le caramelle, la frutta, i biscotti, la frutta!”. Era frutta vera, erano biscotti veri, non Mulino Bianco, che venivano dati a chi accompagnava il carro nella sua lenta marcia.
Ogni bambino faceva qualcosa di particolare, ad esempio (testuali parole): “ ’ u figghiu di Ciccu ‘u Pupu suonava la fisarmonica”.
Non mancavano mai il “carro della fioraia” e quello del pasticcere, e sia dolci che fiori venivano regalati largamente (senza licenza per la somministrazione di cibi e bevande).
Il mondo rappresentato era variegato, comprendeva personaggi inventati, aristocrazia, clero, esponenti di varia nobiltà, del popolo e degli artigiani.
Il corteo raggiungeva piazza Santa Caterina, i bambini scendevano, e iniziava una festa con musiche, recite, scenette da commedia d’arte.
Il carnevale finiva con recite a casa del cugino di mia mamma, Mimmo Proto, il quale era proprietario del teatro di Nicotera.
Mia mamma era già abbastanza grande quando le fu messo davanti il primo costume confezionato, e aveva abbastanza senso critico per non credere che fosse un vero costume di fatina, tanto più che la madre le diceva che era da regina. Se non c’era un assemblaggio di vecchie pezze e un trucco fatto con cerone e colori, mia mamma non riusciva a sospendere l’incredulità e a immaginarsi come una regina, una fatina o un marajà.
Molti di noi, nati tra i Settanta e gli Ottanta, hanno foto che li immortalano travestiti da cose improbabili. Nella famiglia di mio padre erano leggendarie le maratone delle zie per comporre fantastici costumi per nipoti e figli. Luna, semaforo, cartello stradale. Si stava in piedi anche la notte per cucire e incollare, perché il costume non si rompesse e fosse abbastanza solido da resistere agli urti delle sfilate.
Il costume più interessante che ricordo fu quello di un ragazzo che si era travestito da “Corvo”. Erano i Novanta, iniziava a diffondersi il cosplayerismo, il nostro immaginario collettivo si era decisamente spostato da Calvino a Hollywood. Però con un una maglietta nera bucata e un po’ di bianco in faccia, una camminata spavalda, quel ragazzo era riuscito a battere tutti in quanto a inventiva e “costo zero” dell’operazione.
Quel giorno io avevo una tuta di Star Trek TNG, quella azzurra, del settore scientifico, per capirci (tanto lo so che non mi capite). Era costata centomila lire. Avevo anche un tricorder e un phaser edizione deluxe, con suoni e lucine. Altre centomila lire.
E quel tipo con un lupetto bucato aveva stracciato tutti noi.

Autore: 
Lidia Zitara
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