Perché non si canta più?

Dom, 08/07/2018 - 13:00

Un tempo non lontano, nei nostri paesi assolati, un canto di uomini e donne si alzava dalle botteghe artigianali e dalle case e si diffondeva soavemente nelle viuzze e nelle strade, fondendosi a quello della gente dei campi e degli operai dei cantieri. Cantavano i mulattieri mentre si inoltravano in continenti semisconosciuti “mi scura i chidi parti di Bagnara, adduvi non nesci né suli e ne luna…” e cantava il viandante che, e per sua sfortuna, aveva trovato sul suo cammino “na ficareda ammarangiata” ma, dopo averla scalata, “… allu scindiri si schjancau na rama...”
Canzoni di un amore più forte della stessa morte: “Tri medici ndavia allu jancu e unu mi dicia ‘ma dassa stari’ e l’attu rispundia ‘non la pensari tantu’. Vogghiu mu l’amu a quantu campu, campu!”. Stornelli e canti di gelosia, di amori perduti, di galera e di morte, di speranze e di illusioni.
Cantavano le sartine e i falegnami, le lavandaie e i falciatori, i vagabondi e i contadini e il canto corale diventava tutt’uno con quello dei mille uccelli che volteggiavano nel cielo.
Ci eravamo appena lasciati alle spalle la guerra mondiale, ad Hiroschima era stata sganciata la prima bomba atomica; la miseria era ancora tanta e l’emigrazione spopolava i nostri paesi. Eppure si cantava! Come se da un’energia lungamente compressa fosse esplosa la “Vita” disegnando nell’aria i colori della felicità e della spensieratezza, della libertà e della pace.
Gli “altri” non venivano più percepiti come nemici e, non a caso, in quegli anni il poeta greco Theodorakis scriveva “... il mondo di domani confini non avrà, a una mano bianca la nera stringerà…”.
Si era convinti che avremmo tessuto insieme la trama della nostra vita e il canto nasceva da questo stato d’animo che oggi non c’è più!
Ed ecco che il problema del “canto” diventa culturale e politico: non si può cantare quando non s’è felici; non si guarda al futuro con speranza; non si ha fiducia in noi stessi e negli altri.
Ovviamente i problemi ci sono sempre stati e ci saranno; la vita era, è e resterà sempre “un dono vano e casuale” ma oggi si alzano contro di noi, onde giganti di paura e angoscia .
Non è diventato peggiore il mondo ma è la narrazione a essere diversa! Per esempio in Italia rispetto al passato (remoto e recente) i reati sono caduti verticalmente e oggi siamo uno dei paesi più sicuri al mondo anche rispetto agli Stati Uniti o alla Gran Bretagna.
Eppure centinaia di migliaia di persone chiedono il porto d’armi nella stolta illusione di mettersi al sicuro, dormendo con una pistola sotto il cuscino.
Gli impresari della paura costruiscono sui nostri incubi notturni le loro fortune e il nemico ritorna a essere “al di là della strada”.
La televisione fa da diffusore dei nostri terrori. La rete li moltiplica per mille.
Per esempio, il 99% dei film - soprattutto americani - sono pieni di atroci delitti, di squartamenti, di raffiche di mitra, di inseguimenti, come se gli uomini non facessero altro che uccidersi a vicenda.
E così stiamo entrando a passi lesti in un nuovo Medioevo senza la spiritualità di quel tempo lontano. Nella tetra notte medioevale si aveva paura dei “perfidi giudei”; degli zingari che diffondevano sventure, dei maghi, dei turchi, dei saraceni, delle streghe e dei folletti.
Oggi abbiamo paura dell’Uomo nero che viene dall’Africa anche quando raccoglie i pomodori che noi mangiamo, quando munge le vacche, lavora 12 ore al giorno, quando ci paga le nostre pensioni. Sono dati oggettivi ma se lo dici non ti credono!
C’è chi pensa (ma io non sono affatto convinto) che i social abbiano contribuito a sostituire “l’intellettuale collettivo” col “cretino collegiale”. Non è così. Abbiamo perso una battaglia culturale e politica e la colpa è anche, se non soprattutto, nostra.
Da qui bisogna ripartire nella consapevolezza che non si può vivere diffidando di tutti: dallo “straniero” al nostro vicino di casa!
Le dittature di qualsiasi colore vestite o travestite hanno bisogno della paura e del sospetto più che dell’aria, così come la libertà ha bisogno dell’armonia, di una composta allegria, della bellezza, dell’arte, della musica e del canto.
E noi siamo per la libertà, per L’Europa Unita, per un Mediterraneo di libero scambio e di pace.
Siamo per una diversa concezione del mondo rispetto a quella attualmente dominante senza però sentirci “diversi” e “migliori”. È una battaglia culturale e politica da cui si deve uscire con una ritrovata fiducia in se stessi e negli altri, nell’assoluta consapevolezza che solo ciò potrà ridarci la voglia di “contare” e “cantare”.
Quel giorno - se verrà - vi chiedo di cantare una nota anche per me!

Autore: 
Ilario Ammendolia
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