Paolo non era un professionista della politica, ma le riconosceva lo status di arte

Dom, 01/04/2018 - 16:40

Dopo le due consultazioni elettorali del 1946, in uno dei tipici luoghi d’incontro della nostra società dell’epoca, conobbi Paolo. Subito fra noi si stabilì un afflato che ci amalgamò oltre che nei rapporti di amicizia, anche negli interessi di natura politica, che altro non erano se non gli ideali del socialismo. Ci incontravamo in mezzo a quella rabbiose manifestazioni che vedevano coinvolti disoccupati, artigiani, operai, per lo più il proletariato urbano, ma soprattutto molti giovani, che scandivano in un coro assordante parole d’ordine che al tempo andranno di moda. Ci ritrovavamo la sera dopo cena, ora in piazza Municipio, ora lungo i marciapiedi del corso principale a dare ascolto alla élite del tempo, che discettava sulla Russia, sull’America, sulla caduta del fascismo, su De Gasperi, Nenni, Togliatti, sull’avvenire del comunismo ecc. Si esprimevano giudizi, dissensi, opinioni, ora convergenti, ora divergenti, ma lontani dal nostro recepimento.
Paolo era un giovane dalla grigia ed asciutta oratoria senza orpelli, dagli occhi grigi, dal volto sereno e tranquillo. Un giovane socialista non ribelle, ma paziente, refrattario allo scontro frontale, ma anche alla retorica, alla ostentazione e alla demagogia populista al tempo molto in voga; era un buontempone, un Lancio Villa senza rivoluzione. Aveva un suo particolarissimo senso dell’umorismo che spuntava specialmente la sera, quando dopo le solite cenette, si metteva a danzare coinvolgendo tutti i presenti in un noto motivato spagnolo: “Vasco De Game non ti fidar, vieni al pueblo, vieni a ballar”.
Portava con sé la convinzione della finitezza delle cose, la cordialità che spingeva alla passione di godere “le cose” e le cose erano la famiglia, gli alunni, gli amici, le scelte, le esperienze e tra queste ultime la politica. Era un buon padre di famiglia che ha saputo iniettare nei figli il senso del dovere, dell’onestà e dello studio, ma è stato anche un educatore sapiente, un maestro decisivo per quesi giovani che frequentando l’Istituto Tecnico Commerciale acquisivano i rudimenti della Ragioneria e della Tecnica.
Socialismo profondamente umano il suo, lo stesso socialismo che aveva inventato il mutualismo; cosa che esaltava i valori dell’amicizia, della solidarietà, il sostegno ai discenti, la dimestichezza di rapporti che metteva con la gente più umile, e anche con i colleghi docenti ed il gruppo non docente, specialmente nell’anno in cui da Preside diresse l’Istituto Tecnico Commerciale. Paolo era una persona discreta, e allo stesso tempo allegra, sempre col sorriso sulle labbra, una persona curiosa che vuole essere messo a conoscenza di quanto accadeva in paese.
Nell’attività che svolse negli anni dopo la laurea., e per tutto il decennio sessanta, nel campo politico e in quello istituzionale, da consigliere comunale, anche se ammirevole nel sopportare e nell’assumersi sempre piena ed intera responsabilità del proprio operato, fu mediocre tempra di uomo politico, non certo per mancanza di perspicacia e predisposizione, ma per insufficienza di quell’ardimento che in politica è sempre necessario. Non è stato parlamentare nazionale, né consigliere regionale o provinciale e per questo non è vissuto da disperato riciclato, del resto non ha usato mai la politica come trampolino di lancio. In fondo la politica non gli piaceva, almeno non quanto la professione. Non si considerava un politico di professione, anche se spesso era solito dire che la politica “è la più grande arte della storia moderna e contemporanea”.
Anche nel campo istituzionale ha mostrato un carattere e un temperamento un po’ speciali. Sicuramente come consigliere prima e come amministratore dopo, il suo operato è da ritenersi positivo, con il beneficio d’inventario su alcune scelte che furono condizionate più dal momento politico che dalle reali necessità della cittadina. Questo accadde quando si dimise da assessore alle finanze alla fine del 1973, sindaco Giovannino Riccio, in quanto non condivise l’ubicazione della 167.
C’erano quelli che lodavano e quello che lo biasimavano, ma egli non se ne curò affatto e gli scontri politici, soprattutto, non hanno mai toccato il rapporto umano. Anche se eravamo spesso su posizioni contrapposte non ci fu mai screzio tra noi. Chi ci conosceva si stupiva che non vi fosse mai stato uno scontro visibile e che l’elaborazione politica, una volta superate le contraddizioni, procedesse unita, come accadde dopo la consultazione elettorale amministrativa dell’8 e 9 giugno 1980 con la formazione di una nuova giunta di sinistra, sindaco Giuseppe Romeo. Eletto assessore titolare alle finanze, dopo le dimissioni del Romeo (secondo), assunse l’incarico di primo cittadino ancora non una giunta di sinistra, che doveva durare una semplice stagione per passare poi il bastoncino della staffetta alla DC per la seconda volta, dopo quasi quarant’anni di gestione dei partiti della sinistra con la formazione di una giunta di centro sinistra,
Pomo delle discorsi della giunta di sinistra fu la richiesta di esproprio di un vasto appezzamento di terreno avanzata dalla ditta locale “Rocco Fabbricati”. Il parere che il Sindaco doveva esprimere non era vincolante, né tanto meno dovuto. Del resto nel 1977, Sindaco Giovannino Riccio, per la richiesta di esproprio avanzata dalla Ditta D’Agostino Calce, del parere da inviare al Prefetto, non di si discusse mai, né in giunta, né in consiglio Comunale.
Credeva, anticipando il pragmatismo craxiano, di gestire l’Ente Locale usando i democristiani come sgabello, ma non fu così. Il centro sinistra, che durò pochi mesi, lo travolse e, per la prima volta, dopo il commissariamento, i cittadini sidernesi furono chiamati anticipatamente alle urne.
Ritiratosi dalla vita politica, cosa che fece senza traumi e senza polemiche, si è rintanato in casa continuando ad espletare la professione di insegnante nell’Istituto Commerciale e contemporaneamente, negli spazi vuoti, anche quella di commercialista.
Egli faceva parte della storia e delle esperienze positive e negative della sinistra sidernese. La compattezza della sua personalità, a differenza di altri, la dimostrò dopo tangentopoli. S’adoperò negli anni ‘90, come molti di noi, a schierarsi dalla parte del fronte dei progressisti, convinto che solo le forze autenticamente democratiche possono avviare quei processi reali di rinnovamento e di risanamento per la risoluzione della questione meridionale.
Quali che siano state le nostre ragioni di dissenso, a volte molto aspre, con Paolo Lanzafame, c’è tempo e tempo. Ritengo che sia giunto il tempo però di sottolineare la sua storia di sindacalista, uomo politico e amministratore, che appartenente a quella generazione nata tra gli anni venti e trenta, contribuì con le proprie esperienze alla crescita e alla espansione della democrazia.

Autore: 
Giuseppe Errigo
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