Paolo Dossena: “Il KTF ha bisogno di un’idea”

Dom, 03/06/2018 - 13:00

È nel mondo della musica esattamente da cinquant’anni, come ha visto evolversi il panorama musicale italiano in questo lasso di tempo?
Certamente in tanti anni ho assistito a innumerevoli cambiamenti e questo mi ha abituato a non averne paura, ma a reagire affrontando con coraggio le tante difficoltà. Mi ritengo un uomo fortunato, perché per “mestiere” faccio la cosa che più amo: il mestiere della musica. Oggi, se da una parte c'è una crescita positiva (il nostro paese è ricco di fermenti, di qualità, di eccellenze artistiche) dall'altra c'è l'approccio diseducativo e volgare dei mezzi di comunicazione, mi riferisco a Radio, Televisione e Social Network in genere, per non parlare dei Talent, con i quali rischiamo di perde la consapevolezza della nostra identità culturale, il valore delle nostre radici.
Eppure viviamo un momento storico in cui la musica popolare sta tornando a ricoprire un ruolo di primo piano. Il cambiamento delle condizioni socio-economiche globali sta cambiando il modo di fare musica?
È un momento di transizione molto veloce e molto violento, quello che viviamo oggi, anche se i cambiamenti e le crisi sono state costantemente presenti nella storia del pianeta. Mi ha colpito una frase scritta molti anni fa dal grande Albert Einstein, che mi sembra utile e rassicurante ricordare alle nuove generazioni di artisti: “È nella crisi che emerge il meglio di ognuno di noi, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze… La vera crisi è la crisi dell’incompetenza”. C’era musica prima del vinile, ce ne sarà dopo il digitale. La continua e incessante trasformazione dei formati e degli strumenti di comunicazione non potrà spegnere l’emozione che si accende tra chi crea la musica e chi l’ascolta. Negli anni ‘90 ho fatto nascere una società come CNI Compagnia Nuove Indye con un obiettivo: essere realmente indipendenti, senza subire il condizionamento dei distributori, l'arroganza delle Major anglofone, per liberarci finalmente dal conformismo e dall'omologazione insopportabile imposta dal sistema globalizzato. Con questa etichetta abbiamo prodotto e pubblichiamo ancora artisti come Agricantus, Sud Sound System, Alma Megretta, Kunsertu, Tinturia, Daniele Sepe, Enzo Avitabile, Luis Bacalov, Ennio Morricone, Pivio e Aldo De Scalzi, Klezroim e tanti altri nomi di qualità e di successo.
Quest’anno ricorre il 20º anniversario del Kaulonia Tarantella Festival. Come ha conosciuto la manifestazione?
Caulonia e il Festival li ho conosciuti grazie a Domenico Sisto (produttore dei “Marvanza”, gruppo che qualche anno fa ho selezionato per il Primo Maggio di Roma) che oggi collabora strettamente con noi di CNI e al quale è stata affidata la gestione di CNI Live.
Abbiamo saputo che, per questa ricorrenza speciale, l’organizzazione del Festival le ha proposto la direzione artistica di una serata, affidando le altre a Eugenio Bennato, Mimmo Cavallaro e Danilo Gatto. Cosa dobbiamo aspettarci dalla sua organizzazione?
Io non “dirigo serate”, ma con la CNI e i miei collaboratori produco e realizzo Eventi e Rassegne. Pertanto, pur essendo molto onorato dalla richiesta fattami dal Comune di Caulonia, non posso accettare la proposta che mi è stata fatta e, anzi, approfitto di questa occasione per scusarmi con la gentile e simpatica sindaca Caterina Belcastro, con la quale mi auguro non manchi l'occasione di collaborare in altra circostanza. Mi ero già espresso in tal senso inviando in maniera ufficiale alcune richieste specifiche inerenti all’evento. Domandavo infatti informazioni preliminari rispetto al progetto complessivo come numero delle serate e date previste, chiarimento dell’impostazione complessiva rispetto le eventuali scelte di artisti da coinvolgere, tipo di risorse economiche disponibili, tempi e modalità di pagamento… Non ho avuto alcuna risposta che mi fornisse chiarimenti e mi rassicurasse su punti che reputo fondamentali. Soprattutto sul punto per me di massima importanza: l’impostazione complessiva del progetto Festival.
Quali aspetti del Festival, tecnici od organizzativi, dunque, andrebbero cambiati per migliorare l’offerta del Festival rispetto alle passate edizioni?
Questo Festival manca di visione culturale, di creatività, di identità, di quel coraggio innovativo e multigenerazionale che dovrebbe servire a valorizzare le radici così radicate nel territorio per amplificarle in un ambito ben più vasto e internazionale. Non basta una reunion di “direttori artistici” e raggruppare qualche artista più o meno famoso. Ci vuole un’idea.

Autore: 
Jacopo Giuca
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