Mimmo Salerno un uomo di stile

Lun, 07/01/2008 - 00:00

Caro Direttore, nel portamento di Mimmo Salerno, nel suo incedere e nel suo porgere, nel suo sorriso e nelle sue premure verso gli amici e verso i clienti, c’era la suggestione rara dell’uomo che aveva fatto del commercio di vestiario l’arte della presentabilità, dell’amicizia un raffinato modus vivendi, della sua attività un marchio di qualità, rinomato in tutta la regione, nella lista di distribuzione delle eccellenti ditte nazionali di moda. La sua classicità, mai gridata, esibita con una levità soffusa d’ironia, rimandava alla maestria di una famiglia che affonda le sue radici nella operosa cultura giudaica di cui si sono perse da molto tempo le tracce a Siderno e in quasi tutta la Calabria, terra ormai privata della memoria e sgualcita forse irrimediabilmente dalla mancanza di stile. Le style c’est la pensée. Chi ha avuto il piacere di frequentare Mimmo Salerno, coglieva sovente nel suo discorso accenti amari sulla degradazione morale della società, sulle miserie della politica, sul deterioramento dei rapporti umani. Era sensibile alle arti. Un giorno parlammo di jazz: quando gli dissi che ero amico di Carlo Loffredo, gli si illuminarono di piacere gli occhi al ricordo della sua vecchia band, della quale era stato ammiratore. Un commerciante della solida tradizione anteguerra come lui, se fosse stato couturier avrebbe eguagliato in bravura un Prandoni o un Poole o un Caraceni, per il suo senso estetico nella proposta di alta sartoria, nell’offerta con un tatto che rassicurava la clientela d’ogni ceto non facendo pesare le diversità, e per l’innata armonia nelle umane relazioni. Qualche settimana prima che la malattia lo stremasse del tutto, andai a trovarlo in compagnia di mia moglie, e adesso rivedo la sua divertita espressione alle mie battute, raccontate per distrarre e per allontanare ogni pensiero triste. Il suo sorriso sembrava voler scacciare la profonda sofferenza, in una lotta che si sapeva impari. Fugai persino il suo accenno di doglianza per la morte della mia zia paterna, cambiando discorso. Ci congedammo con un abbraccio improvviso, di slancio insolito: ci eravamo sempre limitati alla stretta di mano e ai cordiali convenevoli, da uomini di carattere che reciprocamente s’impongono la sobrietà dei sentimenti di benevolenza. Si era amici da lungo tempo, seppure nel divario di generazione e di esperienza; anche mio padre gli era stato amico. Ma, a mia memoria, era soltanto la seconda volta che ci abbracciavamo con quel trasporto; la prima era stata dopo che gli avevano diagnosticato la malattia, e la spontaneità dell’atto, espressione di una vicinanza in circostanze dolorose, ruppe ogni consuetudine formale. Ci sono particolarmente in alcune narrazioni di Singer e di Màrai sensazioni e personaggi che richiamano anche, nella simiglianza universale delle impressioni europee del secolo passato, la remota quotidianità del nostro paese mercantile, ancora non sformato dalle brutture edilizie e dalla corruzione degli animi, la vitalità perbene della marina sidernese a cavallo tra 800 e 900, in cui persone industriose preparavano l’avvenire del paese. I Salerno erano tra queste. Mimmo Salerno era consapevole dell’importanza di questa storia, che sentiva naturalmente sua e nella prosecuzione dell’impegno affidato ai suoi figli. Grazie a loro, ancora qualche carattere positivo della tradizione sidernese è destinato a rifulgere. Recandoci da Mimmo Salerno, non accedevamo ad un semplice negozio, ma ci sentivamo ospiti in un atelier, in cui era innanzitutto la sua stessa presenza a valorizzare la scena, a darle un senso, come in un quadro del Vermeer: paradossalmente, l’acquisto diventava allora un accessorio, un pretesto per conversare, una soddisfazione per il tempo ben compiuto. Eppoi, Mimmo Salerno era rispettato anche per le sue formalità, che esaltavano il suo modo d’essere ordinato, di vivere senza falsi incantamenti, di capire gli altri, scevro quindi di inutili preconcetti, anche quando la serenità venne travolta. Ricolmo alla fine di rassegnazione, nel sorriso ormai piegato di malinconia, Mimmo Salerno si è accomiatato dal mondo il primo giorno del 2008, consegnandosi alla misericordia di Dio, l’Incomprensibile, “che atterra e suscita, che affanna e che consola”. Francesco D. Caridi

Autore: 
Francesco D. Caridi
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