Micol, la tata delle mamme

Dom, 10/06/2018 - 18:40

Con una buona dose di ritardo rispetto alle altre regioni, anche la Calabria giunge a una legge che favorisce e promuove la possibilità per la donna di partorire in casa accompagnata dall’ostetrica, senza doversi recare in ospedale. La legge c’è. Mancano le ostetriche… Micol è una doula. Assiste le donne durante la gravidanza e anche dopo il parto, spesso per aiutarle a curare le ferite (quelle interiori) che un’esperienza ancora troppo traumatica, lascia in una donna.
Quindi sei venuta in Calabria perché dovevi seguire…
Cecilia
E com’è andata?
Bene. Ogni parto in casa va bene. Lei era motivata e pronta per ogni evenienza, non voleva vincoli, perciò all’ultimo momento ha preferito andare in ospedale, ma il travaglio era al termine ormai. Il personale era stupito, abituato a donne che arrivano impaurite all’inizio delle doglie, mentre lei era serena. È stato molto semplice. Ci sono stati momenti difficili, ogni parto è un’iniziazione, momenti di stanchezza. È rimasta sempre lucida, sentiva il bambino, ne sentiva il battito, anche senza strumenti di controllo. Per il resto piccole cose, la pezza bagnata, l’abbraccio… non serve molto.
Hai seguito altre donne in Calabria?
Sono stata accanto a un’amica che ha scelto un parto senza intervento medico, circostanza che esula dalla mia professione. L’ho fatto come donna che dà il proprio sostegno a una sorella; il fatto è che in Calabria non abbiamo trovato nessuna ostetrica libero professionista che possa accompagnare donne che non vogliono ospedalizzarsi per cui molte alla fine scelgono di non avere nessun tipo di assistenza medica. Anche in Sicilia per ora il parto in casa è un’opzione fasulla, ci sono soltanto due ostetriche in tutta la regione, per cui è difficile trovarle disponibili, è come se non ci fossero. In questo caso il mio ruolo è aiutare la donna a staccare il cervello pensante, perché finché stai lì vigile il corpo non si lascia andare. Ovviamente faccio attenzione nel caso si presenti qualche problema che renda più prudente rivolgersi all’ospedale.
E a parte la Calabria?
Seguo gravidanze e parti e la fase post-parto in cui la donna è lasciata sola con il suo trauma. In quest’ultimo caso si dice: “Vabbè, l’importante è che il bambino stia bene” e l’esperienza della madre viene cancellata. Si stanno muovendo delle cose, è stato istituito l’Osservatorio sulla violenza ostetrica, ma ancora troppo spesso il parto è vissuto come un trauma. Anche in ospedale, dove mi capita di accompagnare le donne, a volte bastano piccoli accorgimenti per fare cambiamenti enormi. Collaboro con un’ostetrica in Sicilia, ci sincronizziamo, magari io seguo la gravidanza prima del parto e lei interviene quando è il momento…
Fisiologia del parto. Cosa intendi?
Quei processi che si attivano nel corpo, in ogni parte del mondo uguali. Vediamo nei film donne urlanti che corrono in ospedale, sentiamo racconti terrificanti, ci viene da pensare che sia naturale così. In realtà gli ormoni agiscono allo stesso modo fin dai tempi della donna delle caverne. E funzionano allo stesso modo dell’accoppiamento: hanno bisogno che la donna si senta al sicuro, sia al buio, non venga distratta, il cervello razionale si spegne e si libera ossitocina e tutto un semplice susseguirsi di azioni ormonali che fanno procedere il parto.
Perché, tu dici, tutto questo potrebbe essere controllato…
O non controllato, sarebbe meglio…
… sì certo, gestito, dalla donna…
È come la respirazione. Non puoi controllarla, ma puoi inibirla. Così i parti normalmente sono processi che già all’inizio vengono deviati con tante azioni inopportune. Il corpo reagisce a questi stimoli irrigidendosi, al volto non conosciuto del ginecologo di turno, al fatto di avere cinque uomini che ti guardano in mezzo alle cosce…
Quando qualche anno fa mi occupai di questi temi, quello che le diverse figure mediche intervistate ripetevano era che siano le stesse donne a chiedere l’intervento esterno.
Certo, se la donna si trova in un contesto in cui viene continuamente distratta e incoraggiata a far affidamento su altri, dove nessuno le dice che il travaglio dura di più perché c’è la luce accesa, per tutti quegli sconosciuti presenti, ovvio che la donna alla fine si arrende. Tu faresti mai l’amore davanti a tutta quella gente? Perché una donna dovrebbe lasciarsi andare a partorire?
Quindi anche la più inconsapevole delle donne, se per caso si trovasse nella giusta condizione, saprebbe fare da sola…
Tante statistiche lo dicono: le donne straniere hanno travagli più brevi perché, non conoscendo la lingua, nessuno va a parlare con loro e restano abbandonate; donne che restano sole in sala travaglio per carenza di personale e che hanno travagli velocissimi…
E il partner?
Oggi è la persona emotivamente più vicina e importante, se però non si fa prendere dalla preoccupazione o dalla paura.
Come sei arrivata a occuparti di queste cose?
È stata la mia prima gravidanza. Ho cominciato a informarmi. Ho partorito a casa con l’ostetrica. Poi mi sono accorta che quello che sapevo poteva essere utile.
Prima di fare scelte radicali la tua vita era diversa…
Insegnavo. Laurea in scienze nautiche e dottorato in ingegneria navale. Poi con l’arrivo del primo figlio ho sentito il bisogno di rallentare...
Ho incontrato Micol già in procinto di tornare in Sicilia, con i suoi tre figli, su un furgone attrezzato per la sopravvivenza con cui se ne va in giro per l’Italia a dar sostegno alle partorienti. Seduta al volante si avvia. Sembra una missionaria...

Autore: 
Daniele Mangiola
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