Massacro di Stefano Cucchi, non è l’unico caso di silenzio imposto

Lun, 29/10/2018 - 17:00

Enciclopedia Treccani, omertà: s. f. [variante napoletana di umiltà, da "società dell'umiltà", nome con cui fu indicata la camorra perché i suoi affiliati dovevano sottostare a un capo e a delle leggi]. - [solidarietà diretta a celare l'identità dell'autore di un reato o la conoscenza di notizie su fatti delittuosi: la legge dell'o.] ≈ (legge del) silenzio ↔ denuncia.
Ogni Meridionale che si rispetti sa, sulla propria pelle, quale è il peso dei giudizi e dei pregiudizi. Questo sostantivo ha accompagnato la Storia del Mezzogiorno d’Italia dai tempi dell’annessione al regno dei Savoia. Quasi che questo vizio, insieme naturalmente alla mafiosità, fosse connaturato all’essere meridionale. Geneticamente. Come un fatto antropologico.
E vale poco la Storia a dimostrare, o a tentare di dimostrare che quella Meridionale è caratterizzata esattamente dal contrario. Nell’immediato secondo dopoguerra, alle lotte contadine per l’occupazione delle terre incolte e non coltivate hanno partecipato cinquecentomila (500.000) braccianti. Sono stati, solo nei primi dieci anni dopo la fine del fascismo, quaranta (40) i dirigenti sindacali e delle leghe contadine, assassinati. Dagli scagnozzi degli agrari, sostenuti e protetti dalle “forze dell’ordine”. Neanche uno dei processi su quegli omicidi si è concluso con una condanna. I resti di Placido Rizzotto, assassinato e il cui corpo fu fatto sparire, furono scoperti nel 2012. Il processo all’epoca dei fatti, imbastito sulle indagini di un giovane Capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, finì con il proscioglimento degli imputati per insufficienza di prove. Così come finivano tutti i processi contro i mafiosi. Soltanto nella Guerra Partigiana si può riscontrare la stessa partecipazione popolare massiccia a una lotta nella quale in gioco c’era la vita, da parte degli Italiani del centro e del nord d’Italia. Sarebbe lunghissimo l’elenco dei morti ammazzati perché non si piegarono al barbaro ricatto mafioso senza avere per questo lo Stato a propria difesa. Due nomi per tutti, l’imprenditore Libero Grassi e il mugnaio Rocco Gatto. Non c’è un’altra area geografica del Paese dove vi siano cenni di ribellione alla malavita organizzata, paragonabili alla resistenza opposta alla prepotenza, come in Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Basilicata. Ripeto, per trovare una reazione altrettanto energica alla sopraffazione e alla prepotenza, bisogna andare alla guerra Partigiana. Basta guardare le cronache degli ultimi decenni. Le mafie hanno trasferito le proprie attività economico finanziarie laddove fluiscono i capitali. In Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e così via. Mi si ricordi il nome di un imprenditore, di un amministratore, oppure un provvedimento di Confindustria contro qualcuno dei propri iscritti che utilizza i fiumi di danaro provenienti dalle attività illecite.
Eppure al sostantivo “omertà” si associa sempre qualche riferimento alle genti del Mezzogiorno d’Italia.
Provate a cercare nelle cronache di questi ultimi decenni. Per esempio alle vicende legate a fatti gravissimi come i fatti del G8 a Genova e il caso Cucchi.
Le giornate del 20, 21 e 22 luglio 2001, a Genova, sono state una fiera del falso in atto pubblico e della calunnia. Innumerevoli persone sono state arrestate per strada ricorrendo a verbali fotocopia, con false accuse di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Nell’immediato, gran parte di quegli strani arresti non fu convalidata dai GIP genovesi; in seguito la magistratura civile di Genova ha inflitto numerose condanne al Ministero degli Interni per gli abusi compiuti: non abbiamo mai saputo se qualcuno avesse dato un’imbeccata dall’alto o se la pratica dei fasulli verbali d’arresto per violenza e resistenza a pubblico ufficiale sia sgorgata spontaneamente in seno alla truppa…
Il caso Diaz andrebbe poi fatto studiare nelle scuole di polizia, se davvero si volesse introdurre un antidoto al veleno immesso a piene mani nel 2001 nel cuore degli apparati. Basti dire che il comunicato con il quale la polizia tentò di giustificare agli occhi del mondo la singolare operazione, mentre decine di persone erano in ospedale e le altre a Bolzaneto, è risultato falso dalla prima all’ultima parola: false le premesse dell’aggressione subita da un’auto della polizia; falso il ritrovamento di armi (mazze e piccozze prese da un cantiere edile e le molotov collocate ad arte dalla stessa polizia); falsa l’appartenenza degli arrestati al cosiddetto Black Bloc; falsa la coltellata subita da un agente (con tanto di testimoni, altrettanto fasulli); false le “ferite pregresse” degli arrestati, spediti in ospedali a colpi di calci e manganelli (anche elettrici).
Nel caso Cucchi la denuncia-confessione di uno dei carabinieri imputati ha spezzato la consegna (o forse imposizione) del silenzio che ha caratterizzato tutti i procedimenti simili avviati in questi anni, a cominciare da Genova G8.
“… ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull'Italia: il popolo non ha fiducia delle istituzioni perché non è convinto che queste siano le sue istituzioni. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo…”. P. Calamandrei, processo contro Danilo Dolci.

Autore: 
Sisì Napoli
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