La sepoltura del ”Barone” Macrì

Lun, 28/06/2010 - 00:00

Nei primi anni Settanta dell’inquieto Novecento insegnavo a Siderno, e colà, sentivo vociferare con simpatici accenti di Vice Macrì, detto U baruni, noto per la sua cortesia e la sua eleganza. Che era il suo chiodo fisso, e la bandiera nella quale si seppelliva. Non aveva altri titoli da esibire tranne quello di essere imparentato con il Capo dei Capi, Antonio Macrì, familiarmente detto U zzu Ntoni. Naturalmente, questo gi portava rispetto, ma non lo faceva, tuttavia, crescere nei gradi della ’ndrangheta. Questo era. Poi lasciai Siderno, dove c’erano socialisti, comunisti, democristiani di peso, e intellettuali fosforescenti. Di Vice Macrì persi ogni ricordo. Mi riporta a lui una cronaca recente, che dice della sua morte a Roma, del suo ingrandimento nel mondo della ’ndrangheta, del divieto d’un pubblico funerale. Come altre volte è accaduto. Ma così, altresì, era voluto dalla legislazione napoleonica che all’ art. 14 recitava: «I corpi dei suppliziati saranno resi alle loro famiglie, ove lo richiedano e restando a loro carico l’onere della sepoltura, purché non vi sia nessuna pubblica cerimonia». E, qui, attenzione, non si tratta di suppliziati, ma di persona che muore in ospedale. E, qui, non si può fare a meno di ricordare che Dio non si compiace della morte dell’empio (Ez., 18,23.29), che è permesso piangere i morti, anche i morti perversi, come avvenne a Davide per il figlio Assalonne il quale uccise suo fratello Ammon ( 2 Sm 13,23.29). Ma lasciamo da parte la Bibbia e la legislazione napoleonica. Per domandarci: siamo sicuri che questi divieti, applicati ai morti, divenuti inconsapevoli, servono a rendere più vicine le popolazioni alle Istituzioni? Domanda inservibile. Quando si tratta di morti mafiosi, anche la pietà cristiana trova luogo in qualche articolo del Codice penale.

Autore: 
Pasquino Crupi
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