La Rosa di Colomba

Lun, 10/06/2019 - 17:40
I Frutti Dimenticati

Da poco più di un mese sto andando alla ricerca disperata delle rose antiche che profumavano intensamente e per il momento ho esplorato dettagliatamente il territorio di Ferruzzano, dove c’era l’uso, tramandato dall’antichità, di piantare in campagna accanto ad un pozzo un cespo di rosa, come inno alla bellezza e come deduce uno degli ultimi ellenofoni della Calabria, il prof. Pasquale Casile di Bova Marina, ma residente a Gerace, scelta per amore della sua cultura, in onore ad Afrodite in quanto con i petali di rose venivano preparati i bagni lustrali o di purificazione; infatti le fanciulle per il matrimonio venivano sottoposte ad un bagno di purificazione con acqua profumata con petali di rose.
La mia ricerca, ora sospesa in quanto le rose antiche hanno smesso di fiorire, è stata incoraggiata dal tecnico per l’alimentazione del crotonese, Antonio Elia, che con i petali delle rose antiche, produce prodotti sofisticati.
La mia ricerca affannosa, è stata estesa ad altri territori della Locride, ma è stata fruttuosa a Caulonia, dove Ilaria Campisi ha individuato una rosa senza nome e la Rosa di Maggio, che probabilmente è una Damascena o Rosa di Damasco.
Un cespo di rosa antica è stata individuata lungo la siepe di un orto a Pardesca e tre invece sono state individuate a Pellaro, in orti e denominate rose antiche, per impegno di Daniela Pellicone, un'altra nella Villa Zito- De Leonardis di Cittanova, ora appartenente allo chef Cannatà, mentre si è attivato in tale direzione, Giovanni Gatti di Copanello che ha scoperto accanto alla sua casa antica, due cespi di rose, piantate da sua nonna, la baronessa Marincola quasi cent’anni addietro.
Generalmente esse vengono individuate dentro antichi giardini appartenenti a famiglie distinte, un tempo anche ricche, ma talvolta anche in orti di famiglie contadine che hanno conservato quasi per dovere morale quello che apparteneva ai propri antenati.
Un caso strano è costituito da Ferruzzano dove c’era l’abitudine misteriosa di piantare in campagna accanto ai pozzi, dei cespi di rosa e proprio in tale territorio sono state individuate otto varietà di cui quasi mai si conosce il nome.
Nel caso della rosa qui presentata, essa era stata piantata e curata nell’orto di casa da Colomba Caridi, una ragazza molto dolce che all’età di 15, assieme alla sua famiglia emigrò nel 1951 in Argentina e successivamente assieme ai suoi si traferì negli Stati Uniti.
L’orto fu ereditato dai suoi parenti, la famiglia di Domenico Amodei che nel 1971 emigrò a New York e l’orto fu rilevato dalla signora Rosa Messinò che a sua volta curò con amore il rosaio e continuò a farlo fino all’età di circa 97 anni, restando assieme a qualche altra famiglia a Ferruzzano Saccuti, ora del tutto abbandonato.
Ogni giorno al mattino prima di andare al lavoro e ogni sera il figlio, Pulitanò Domenico emigrato a Francoforte in Germania le telefonava e d’estate quando in agosto ritornava in paese si portava la madre in una casetta a Ferruzzano Marina, ma in maniera rituale andava a visitare l’orto e il rosaio.
Nell’ultima estate in cui venne in Italia nel 2009 si rammaricò che il rosaio stava deperendo perché la mamma non gli poteva dare più la cura adeguata per via dell’età.
La madre non gli rispose e all’improvviso una notte nel dicembre del 2009 il nipote dalla Germania le telefonò che il figlio era morto e fu la fine del motivo per cui ella viveva.
Ella in maniera dignitosa, guardando la foto del figlio piangeva, ma prima di perdere completamente le forze, come ultimo atto d’amore volle andare a Ferruzzano Marina nella casettina del figlio a piantare un cespo staccato dal rosaio che era stato amato dal figlio e miracolosamente è cresciuto un rosaio, piccolo e delicato.
In pochi mesi perse le forze residue e gli ultimi mesi della sua vita le trascorse a Bianco da sua figlia e nel luglio del 2010 cessò di vivere.
La preziosa e piccola pianta di rosa viene curata con amore dal vicino Bruno Gullace, in quanto i figli di Domenico vengono in vacanza solo d’agosto.

Autore: 
Orlando Sculli
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