La “Contestazione a Catena”

Sab, 22/10/2016 - 09:35

Qualora si ritenga la sussistenza della connessione qualificata del secondo titolo da emettersi con la fattispecie associativa del primo titolo, ciò dovrà al più determinare la “unificazione” dei due titoli cautelari avvinti da connessione qualificata, senza che ciò comporti automaticamente la caducazione degli effetti della seconda ordinanza.
La funzione dell’istituto di cui all’art 297 comma III cpp, infatti, è quella di evitare che ci siano diluzioni (artificiose o meno) delle misure cautelari per amplificare la durata dei termini.
Se questa è la finalità, è corretto affermare che se la prima misura cautelare originaria abbia visto spirare i propri termini, l’imputato non possa essere interessato da altra misura in cui sono contestati fatti connessi (o fatti anteriori a quelli di cui alla prima misura desumibili dagli atti).
Ma se i termini della prima misura non sono ancora spirati, non è dato evincere il perché gli effetti della seconda misura debbano venire meno automaticamente.
Infatti, il senso della norma è quello di equiparare giuridicamente una situazione nella quale due reati connessi vengano contestati in tempi diversi con altra in cui la contestazione dei due reati sia resa in un’unica soluzione. Pertanto, la seconda misura, agganciatasi alla prima sotto il profilo  temporale, deve dipendere funzionalmente dalla medesima. Consegue che, solo se diviene inefficace la prima per decorrenza dei termini, verrà meno anche la seconda. Ovviamente a condizione che i reati di cui alla seconda misura abbiano termini parametrati a imputazioni di pari gravità rispetto a quelli di cui alla prima misura. La Suprema Corte di Cassazione, su un caso assolutamente omologo ha operato una esegesi del dettato normativo di cui all’art 297 comma III cpp, ben cogliendo la finalità sottesa all’istituto menzionato, mettendo in risalto le aporie logiche sopra accennate (cfr Cass. Sez. III, cc 18 febbraio 2009, imp Valentino).
Nel caso oggetto del sindacato della Corte, vi erano due misure: la prima applicata in data 30 gennaio 2007. La seconda in data 25 febbraio 2008. Quindi, nel caso concreto delibato dalla Suprema Corte, la seconda ordinanza cautelare era stata eseguita ben oltre un anno dalla prima. Ebbene, la Corte ha ritenuto, proprio in ossequio allo spirito della disposizione di cui all’art 297 cpp, che la seconda ordinanza, “attratta”, quanto alla sua efficacia temporale, dalla prima, rimanesse in vita. La Corte ha poi aggiunto un altro aspetto di estremo interesse. Una volta effettuata la menzionata unificazione tra le due ordinanze, le vicende processuali che spiegano effetti sulla prima ordinanza vanno a interessare anche la seconda.
Si riporta un brano della parte motiva: “…quindi, sarebbe illogico far retrocedere l’inizio dell’esecuzione della seconda misura alla data della prima, per poi non tenere conto degli sviluppi di essa, e, nella specie, della sospensione dei termini ex art. 304 c.p.p., comma 4. Infatti, una volta unificato il regime detentivo a quello del primo procedimento sarebbe ingiustificato farlo per gli aspetti favorevoli all’inquisito, esimendolo però da quelli comportanti una maggiore durata, e quindi considerando per un verso unica detta detenzione per l’inizio di essa e, per altro verso, separandola contraddittoriamente in caso di suo prolungamento per sospensione: ne’ la norma prevede ciò, per cui essa va interpretata nel senso logico”. Su tale punto non esistono precedenti specifici e, tuttavia, quanto qui affermato è desumibile con sufficiente certezza dai principi enunziati in casi analoghi da questa Corte. Ed invero, le SS.UU. (31.5.2007 n. 23381, rv. 236.394) hanno affermato che nei procedimenti cumulativi la sospensione dei termini di custodia cautelare per la particolare complessità del dibattimento, quando si procede per taluni dei reati indicati nell’art. 407 c.p.p., comma 2, lett. a), opera anche nei confronti del coimputato al quale siano contestati reati non compresi nell’elenco di cui al citato art. 407.
Nella stessa linea di discorso si pone anche la decisione della Sez. 6, 281.2000, rv. 215.428, secondo cui è contrario ad ogni orientamento giurisprudenziale il concetto che il provvedimento di sospensione debba riguardare le singole posizioni processuali e non la complessità dei processi oggettivamente intesi.

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