Janìa di Gerace

Lun, 02/07/2018 - 19:40
I frutti dimenticati

Gerace con il suo territorio rappresenta meglio di altri circonvicini, quello che ha accolto probabilmente le essenze viticole del mondo ellenico, romano e bizantino, per cui bisognerebbe indagare a fondo le pochissime vigne ormai marginali che contengono ancora le essenze appartenute alle civiltà sopra accennate.
Nello stesso, però, per una strana forza del destino, qualcuno penserà, nei pochi vigneti reimpiantati si è evitato di ripristinare le antiche viti del passato, che avevano fatto la ricchezza di Locri Epizefiri o della Gerace Bizantina.
A guardare bene, però, ci si accorge che tale terribile perdita discende principalmente dal fatto che esse non sono ammesse dai disciplinari regionali che invece consentono d’impiantare il Merlot o il Cabernet Sauvignon, ad esempio, ma poi capita che tali vitigni risultano non adatti al nostro territorio e quindi bisogna eliminarli e ritornare alle viti della nostra tradizione, qualora esse siano ancora reperibili.
Di un caso di questo tipo è stato testimone Antonello Canonico di San Marco Argentano in provincia di Cosenza, dove un suo amico aveva costituito un impianto di vitigni consentiti e specificamente di Cabernet Sauvignon, che non ha mai prodotto e proprio quest’anno è stato sovrainnestato con marze che lo scrivente ha fornito costituite dal Greco nero di Ferruzzano, da Malvasia nera o Castiglione, assimilabile al Magliocco dolce o alla Marsiliana di Belmonte, dal Giacchinè di Salice e dal Ligante di Caulonia.
Con urgenza bisogna costituire dei campi di conservazione di vitigni antichi, studiarli e poi autorizzarne la coltivazione.
Eppure la vite che qui presentiamo è quella che ha servito le esigenze di migliaia di persone per centinaia d’anni e forse per migliaia, provato dal nome con cui è stato denominato da sempre.
Infatti, Janìa deriva da ghenos e significa stirpe e conseguentemente il vitigno della tradizione, della stirpe appunto che ha caratterizzato nel passato i vigneti di Gerace prima e di Locri poi.
Nel 2005 conobbi il defunto Francesco Femia che mi portò nella sua vigna di contrada Varvara, Santa Barbara, secondo quanto egli mi raccontò, che derivava il nome da un monastero bizantino dedicato appunto a tale santa e che, ubicato sulla destra, prima dell’ingresso al borgo e vicino ai laboratori dei vasai, fu distrutto forse negli anni 60 del 900.
Esso era in stato ruderale, però rappresentava una testimonianza importante, anche se la sua perdita fu meno grave di quella di Santa Maria Egiziaca che ricordava probabilmente i rappresentanti di una comunità cristiana egiziana arrivata nella Calabria attuale dopo la conquista islamica dell’Egitto, anche se il culto della santa, patrona delle prostitute, si era diffusa rapidamente dopo la sua morte nel V secolo d.C., dopo più di quarant’anni di penitenza e di espiazione nel deserto.
Il segretario Femia mi portò nella sua vigna e mi “presentò” letteralmente le sue viti per varietà che erano tante, la Janìa, due varietà di malvasia nera, la Virdìa, il Mantonico nero ecc., mi mostrò anche i melograni Denti di Cavallo e quelli Denti di Sumeri, ecc.
In seguito Femia mi gratificò con quattro cinque varietà tipiche di Gerace e in cambio gli portai 16 varietà delle mie, però la Janìa mi fu donata assieme alla Pedilonga e al Greco nero aromatico, che ho innestato nel mio campo e non è attecchito, dal defunto Santo Mittica che nella sua vigna di contrada Scurzunara possedeva, gestita ora dalla moglie Rosetta Mittica una vigna che conteneva solo ed esclusivamente viti della tradizione locale e quindi solo di Gerace.
In essa prevaleva la Janìa, la Guardavalle, ma non mancava una Lacrima bianca diversa da quella presente nella vigna di Pietro Macrì in contrada Varvara.
Santo mi aveva guidato ad osservare le pergole del paese, perché secondo il suo punto di vista esse erano molto rappresentative della tradizione che stava morendo, per cui si preoccupava di conservare la memoria di ciò che gli aveva insegnato il padre ed il nonno, mentre la moglie Rosetta ascoltava con attenzione.
In seguito lei, dopo la morte del marito mi informò delle tre varietà di melograni presenti a Gerace, in aggiunta a ciò che aveva detto il segretario Femia, affermando che a Gerace e nella sua vigna esisteva anche la Denti di Surici, una melagrana dai grani rossi, ma piccolissimi.
Santo mi parlò della funzione importante delle uve della Janìa e mi raccontava che nel passato veniva fatto con esse un vino in purezza che dava esiti molto interessanti, perché il vino ricavato, rosso rubino, fragrante, offriva alla vista riverberi violacei.
Osservai con attenzione le uve e le foglie della Janìa che mi sembrarono non molto dissimili da quelle della Malvasia Nera di Ferruzzano e dal Castiglione di Bianco, corrispondenti forse alla Marsiliana di Belmonte, ma probabilmente dal profilo molecolare unico, con la differenza che la Janìa produce un grappolo più grande, talvolta doppio, alato, dagli acini più neri e ricchi di pruina.
E questo lo sapremo dalle analisi condotte dai ricercatori Angelo Raffaele Caputo e da Sabino Roccatelli del Centro Sperimentale di Turi (Bari) che hanno estratto il DNA da circa 250 viti del mio campo di conservazione a Ferruzzano, dove hanno rilevato 70 vitigni dal profilo molecolare unico al mondo, che rappresentano le viti lasciateci in eredità dai Greci, dai Romani e dai Bizantini.
Intanto nelle vigne di Gerace, la Janìa, la vite della stirpe e degli antenati sta scomparendo.

Autore: 
Orlando Sculli
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