Il myrion dall’ulivo del Krisma

Lun, 06/02/2017 - 19:56
I frutti dimenticati

Nel territorio della Locride si raccontava che nei poderi dei monasteri basiliani, appartenenti all’ordine di S. Basilio di Neocesarea sul Ponto esisteva un biotipo di ulivo che a maturazione produceva olive candide e che era considerato sacro.
Una trentina d’anni fa, nel territorio di Ferruzzano in un’area agricola abbandonata, individuai un ulivo dentro un’enorme siepe, che produceva olive bianche. La pianta fu osservata per circa tre anni e fu constatato che essa produceva fiori raggruppati in racemi, che si sarebbero trasformati in olive a grappoli di tre o quattro per volta. Era necessario diffondere l’ulivo poichè si trattava di un biotipo raro, al fine di salvarlo dall’estinzione e l’indagine fu estesa anche a Bianco dove furono individuate delle piante tuttora esistenti, tra cui una non lontana dai ruderi della chiesetta bizantina di S.Mercurio, nella vigna della famiglia Sinopoli, che omette di cogliere le olive per riverenza alla sua sacralità in quanto da esse veniva ricavato l’olio santo, secondo la testimonianza del defunto Francesco Mezzatesta, che gestiva il consorzio agrario a Bianco ed era depositario delle conoscenze antiche del suo mondo agricolo.
 Altri riferivano che nei poderi appartenenti ai monasteri, i coloni o gli affittuari non potevano raccogliere le olive, in quanto bisognava consegnarle ai monasteri stessi che si preoccupavano di ricavare l’olio delle funzioni religiose più importanti e aggiungevano che in ogni campo appartenente alla chiesa bisognava piantare almeno una pianta di questo tipo.
La ricerca portò all’individuazione di un’altra pianta a Mammola in un campo appartenuto nel passato al monastero di San Nicodemo, mentre a Bova, città bizantina dove ancora sporadicamente qualche vecchio parla il greco, nuove informazioni arricchirono l’indagine storica.
Il defunto Bruno Casile, raffinatissimo ellenofono, raccontava che l’ulivo dalle drupe bianche veniva chiamato leucolea e che veniva piantato solo nei campi dei monasteri greco-ortodossi, perché se ne ricavasse l’olio del Krisma, ossia quello che serviva per le unzioni dei funzionari imperiali bizantini e dei prelati; era interdetto piantarli in altri ambiti.
L’indagine fu estesa a Gerace, la città bizantina per eccellenza, dove il defunto Antonio Laganà aveva un campo di conservazione con 79 biotipi di ulivi del territorio e fu felice quando seppe della ricomparsa di quello dalle drupe bianche, che egli riteneva perso definitivamente. Volle prelevare degli innesti da un esemplare riprodotto e non ebbe la soddisfazione di vederlo in produzione perché da lì a breve morì. Raccontava che era chiamato leucocaso, ossia la bianca di Kasos, l’isola dell’Egeo da cui era originario, e serviva per produrre l’olio del Krisma, ossia dell’unzione per i designati alle alte cariche, sia civili che religiose.
Dieci anni fa Fedele Lamenza, titolare assieme alla moglie dell’azienda olivicola Pompilio nel cosentino, venne nella Locride per visitare un campo di salvataggio di viti antiche e comunicò che aveva scoperto due ulivi bianchi centenari a Saracena (Cosenza), nell’orto che era appartenuto al convento dei Cappuccini, incendiato dai Piemontesi nel 1861. L’olio era usato dai monaci per illuminare la chiesa, in quanto, bruciando, non produceva molto fumo, forse perché povero di grassi. Fortunatamente aveva innestato alcune piante, prendendo le marze dai suddetti ulivi, anticipando l’incendio che anni dopo distrusse le due piante.
Un’altra particolarità dell’ulivo di Titi è costituito dal fatto che tra le olive bianche talvolta spiccano poche drupe di un nero vellutato.
Nel dicembre 2011, pregato da Sergio Guidi dell’Arpa Emilia Romagna, assieme ai dirigenti dell’Arpacal e alla dott.essa Vanna Forconi dell’Istituto di Ricerca di ISPRA, portai in Vaticano un ulivo del krisma al direttore dei Giardini Vaticani, dove fu messo a dimora, che fu consegnato nel governatorato al cardinale Sciacca.
Arricchì la ricerca il prof. Daniele Castrizio, papas greco-ortodosso a Reggio nonché numismatico presso l’università di Messina che tenne a precisare che probabilmente dalle olive bianche si ricavava l’olio da unzione che, profumato con essenze odorose non conosciute, si trasformava in myron.
Successivamente arrivò un’altra informazione da Oppido Mamertina, l’antica Motta S. Agata dei bizantini, Castro (città amministrativa) e sede di Droungos (distretto militare) nelle Turme delle Saline, dove sporadicamente si trova ancora l’ulivo del krisma, che nel passato impreziosiva le ville signorili per la bellezza delle sue drupe, che venivano molite separatamente, ricavando un olio chiaro, quasi trasparente, usato solo per le insalate.
Nella stessa area si è indagato anche a Santa Cristina dove in un podere del giovane imprenditore Roberto Papalia, in contrada Campo esistono due piante che hanno le stesse caratteristiche, che sono chiamate stranamente “ulivi francesi”.
Dopo un’ulteriore indagine, grazie a un testo che mi fu regalato dal giovane ingegnere toscano d’origine calabrese, Cesare Scarfò, si è saputo che nel Regno delle Due Sicilie, tra le quattordici varietà più importanti del Regno, veniva citata l’oliva bianca o Abicora, che dava “frutti minuti e bianchi come l’avorio, olio bianchissimo come l’acqua”.
Inoltre esiste in un monastero a Taggia un ulivo simile portato in Liguria dai crociati provenienti dalla Terrasanta, che era stato prelevato nell’isola di Casos, su cui ha discusso una tesi di laurea, Pino Baffa, che ha pensato di salvare dall’estinzione l’ulivo di Taggia costituendo un piccolo campo di conservazione.
Ancora Teresio Leoncini di Villafranca in Lunigiana, mi ha chiesto delle marze dell’ulivo del Krisma, che ha innestato e lo sta diffondendo in Toscana e addirittura ha offerto dei piccoli ulivi a degli estimatori dei Colli Euganei, in Veneto e a un altro veneto, Vladimiro Rocco.
Un vivaista della provincia di Catania è venuto a Ferruzzano e ha ricavato delle marze da un ulivo di Callipari Domenico in contrada Carruso, innestato da me circa 25 anni fa.
Di recente su indicazione del giovane Raffaele Scali di Gioiosa Marina è stato individuato un esemplare di ulivo del Krisma nel comune di Gioiosa stessa, nella proprietà del Giudice Cento, gestita da Nicola Musolino. Egli ha informato che l’ulivo dalle olive bianche era chiamato l’ulivo della Madonna e le sue olive per devozione non vengono mai raccolte o utilizzate.
Si fa presente che le olive sono molto delicate e che se attaccate dalle mosche olearie, cominciano a deteriorarsi e a perdere il candore. Ormai si sta allontanando il rischio di estinzione dell’ulivo in questione, grazie alla bellezza delle sue drupe ed ogni anno nell’orto della palazzina dei ferrovieri a Ferruzzano Marina giungono dei visitatori ad ammirare le olive del giovane ulivo del Krisma, innestato da me quasi trent’anni addietro. Il suo estimatore più importante risulta il dott. Gerardo Pontecorvo, attualmente funzionario del ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, autore della fotografia.

Autore: 
Orlando Sculli e Antonino Sigilli
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