Il moralismo contro il bene comune

Dom, 15/01/2017 - 09:38
L'opinione

Nella sua lunga, valorosa e tormentata storia la Calabria ha conosciuto tanti flagelli. Violenze della natura che con cadenza ciclica hanno segnato la vita dei calabresi; violenze di eserciti che hanno trattato da conquistatori la nostra terra. Non si sentiva proprio la mancanza dell'ultimo flagello: il moralista! Anche in questo caso la Storia non insegna nulla: le vicende dei "moralizzatori", dei comitati di salute pubblica, dei "puri" che sono puntualmente epurati da altri "più puri" con tutte le conseguenze violente sulla maggioranza di quel popolo che pure si voleva aiutare, sono vicende ben note che hanno interessato, a volte in modo nefasto, gli ultimi secoli di storia europea. Interessante notare che la figura del moralista si impone quando la morale langue. Infatti, le logiche moraliste sono decisamente immorali. Coloro che fanno proprie queste logiche vedono imbrogli in qualunque situazione: di fatto sfiorano la paranoia. Tutto è sporco e il pessimismo trionfa, peraltro non c'è verso di convincerli della bontà di qualsivoglia comportamento, infatti anche quando non si evidenzia nulla di scorretto c'è da fare i conti con la dietrologia che condanna senza appello anche i comportamenti più corretti. In questo mondo immerso nel male assoluto c'è una sola luce: il moralista stesso. Può capitare che i moralisti facciano gruppo, magari seguendo la logica del "partito degli onesti": la vita di queste aggregazioni è sempre tormentata e di breve durata: per il moralista è sempre difficile considerare gli altri al suo livello di purezza. Quando il moralismo entra in politica assume la forma del peggior populismo che prepara la fine delle libertà; quando entra nella giustizia diviene giustizialismo che può stritolare qualunque cittadino, salvo a dargli ragione dopo anni di carcere; quando entra nei media diviene campagna violenta di delegittimazione di tutto e di tutti: il bene comune non esiste più perché tutto è male e pochi si rendono disponibili a impegnarsi, visto il clima persecutorio. Il rischio è che a farsi avanti sono solo coloro che non hanno nulla da perdere, ma anche questo è un colpo al bene comune. Infine, il moralista non applica a se stesso la rigidità che applica agli altri: lo stesso comportamento è giudicato in modo diverso in funzione di chi ne è responsabile: la morale è almeno doppia! Forse che la politica o l'economia dovrebbero fare a meno della morale? È esattamente il contrario: abbiamo bisogno di etica come non mai! È anche una questione di sopravvivenza: la crisi generale che viviamo da anni con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti - disoccupazione, malasanità, malascuola, impoverimento, denatalità - è innanzitutto una crisi morale che, ovviamente, non riguarda solo la Calabria e il resto del Paese, ma il mondo intero. Per quanto ci riguarda, considerando le nostre condizioni già precarie, l'assenza di vera moralità ci sta devastando e la Calabria va verso la desertificazione. Con frequenza si invitano i calabresi a ribellarsi alla mafia, come se fossimo l'unica realtà a vivere questo problema, a volte, l'invito è un modo di accusare in modo generalizzato secondo stereotipi consolidati, altre volte è un modo per giustificare l'inettitudine di chi governa e che si spende per il Sud solo con qualche parola priva, ormai, di significato. Si, abbiamo molti motivi per ribellarci: potremmo cominciare a mandare a quel paese i moralisti e tutti coloro che continuano a presentare la Calabria sempre e solo allo stesso modo, nella speranza di farsi notare, di restare a galla nel mondo dell'informazione. Tornare a considerare il valore della morale in politica e nell'amministrazione della cosa pubblica è urgente!

Autore: 
Giuseppe Giarmoleo
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