"Il Giornalismo in Calabria? Un trionfo di omologazione"

Dom, 21/01/2018 - 12:20

Pantaleone Sergi fa il giornalista da oltre trent’anni. È stato inviato speciale del quotidiano La Repubblica, fondatore e direttore de Il Quotidiano della Calabria, e ha collaborato a numerose testate quotidiane e periodiche nazionali. Oggi insegna Storia del giornalismo all’Università della Calabria, è deputato di Storia patria della Calabria, presidente dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) e fa lo scrittore.
Qual è lo stato di salute dell’informazione in Calabria?
Mah… All’apparenza sta bene. Basta andare in edicola e puoi trovare due quotidiani regionali, un quotidiano provinciale se abiti a Cosenza e dintorni, e poi trovi bisettimanali e settimanali... Prodotti, non si può negare, anche di buona fattura. E però… se poi li sfogli ti accorgi che in gran parte, perché non è giusto fare di tutte le erbe un fascio, c’è un’informazione marcia, nel senso che non c’è un lavoro di decodifica, che c’è un’abbondanza di comunicati, più o meno elaborati quando va bene, che provengono da enti pubblici, aziende, forze dell’ordine, magistratura. Insomma c’è un trionfo di omologazione e quasi quasi c’è da rimpiangere il vecchio giornalismo ministeriale che quantomeno era fatto da giornalisti in gamba. E non parliamo del web! Al di là di alcune eccezioni – ma sono eccezioni… – è un disastro. O ci sono presunti giornali on line che si limitano a mettere in rete comunicati stampa, oppure – meglio questi ultimi – si limitano a fare commenti mascherati da notizie. E se appena appena in questa realtà c’è qualcuno che ha voglia di fare ancora il giornalista senza catene gli può capitare quello che è accaduto pochi giorni fa a Pietro Melia…
Quali sono i principali punti di debolezza del giornalismo locale, non solo da un punto di vista editoriale, ma anche del trattamento delle notizie da parte dei giornalisti?
Guarda, io non voglio dare un valore paradigmatico al giornalismo che ho praticato assieme ad altri bravissimi colleghi in tempi che non sono poi tanto lontani, ma non si può pensare di fare il giornalista dietro un computer. Né si può pensare di appiattirsi acriticamente su fonti sicuramente importanti, come può essere un magistrato inquirente, registrando tutto quel che questa fonte fa come fosse verità assoluta. Il limite principale del giornalismo locale, ad ogni modo, dipende da fattori economici e professionali. Su questi ultimi, dico semplicemente che non ci sono più “scuole vive” di giornalismo. Penso di non esagerare se dico che più del 90 per cento dei giornalisti calabresi non ha avuto la fortuna di entrare in una vera redazione e non ha avuto maestri da cui apprendere il mestiere. E aggiungo che le università calabresi hanno rinunciato a fare la loro parte nella formazione di professionisti dell’informazione. Ma detto questo nessuno può ignorare che in Calabria c’è un’editoria debole in tutti i sensi, dal punto di vista economico e da quello dell’indipendenza e per questo ricattabile. Molti editori pensano ad altri affari e per i giornalisti non c’è trippa, nel senso che non ci sono tutele economiche e contrattuali, che sono malpagati, sottopagati e non pagati, che le inchieste sono costose e non si fanno, che si possono fare i giornali senza i giornalisti…? Quando addirittura l’editore non sta in redazione e pretende di intervenire sulle notizie… perché allora questo significa la fine dell’informazione.
C’è ancora spazio in Calabria per un giornalismo come cane da guardia del potere o lo scopo della stampa si è ridotto a far mantenere il potere a chi lo detiene?
Sinceramente non sono più convinto che il giornalismo debba essere solo il cane da guardia del potere. Presuppone un’indipendenza impossibile, mai esistita almeno in Italia e la professione d’altra parte è mutata. Ci sono altri compiti per il giornalista. Se pensiamo alla selva oscura di internet, per esempio, forse il giornalista dovrebbe diventare un cane da guida… il professionista che accompagna chi naviga, che lo porta su sentieri sicuri, che gli faccia rintracciare un’informazione pulita, che sappia individuare fake news e cose così. Sarebbe già un bel successo. Ma di sicuro in Calabria anche questo diventa più difficile. Tutti sognano di fare giornalismo d’inchiesta, tutti vorrebbero essere inviati sui fatti. È la visione romantica della professione… La realtà è diversa e allora bisogna aspirare al posto sicuro, a essere fortunati e lavorare magari in un giornale allineato al potere, e quindi foraggiato, o ancora in un ufficio stampa senza nemmeno avere in mente regole deontologiche e quisquilie simili, impegnato davvero per far mantenere il potere a chi lo detiene. Il mio non è un giudizio di valore, negativo, nei confronti dei colleghi che fanno scelte di questo tipo. Se non fossi stato fortunato non so che cosa avrei fatto io nella loro situazione…
Con quali aspettative 23 anni fa hai fondato il Quotidiano della Calabria? Sono state soddisfatte?
Le aspettative mie sicuramente sì. Sono riuscito a fare un quotidiano tutto mio, tanto che in molti ne parlavano come il “giornale di Sergi”, sono riuscito a crearmi una squadra a mia immagine e somiglianza (almeno in quel momento… sul dopo non garantisco), ho creato le condizioni di base perché vivesse 23 anni e, mi auguro, almeno altri cento ancora. L’ho lasciato però perché dovevo rientrare a Repubblica a tempo pieno, ma spinto dal fatto che non c’erano più le condizioni per poter fare, come dicevo prima, il “giornale di Sergi”.
Politici in Calabria. Ci sono o ci fanno?
Ecco la bomba! E dovevo aspettarmela… Ci sono, ci sono… Se il giornalismo non sta bene, negli ultimi dieci anni abbiamo avuto una politica moribonda e i risultati sono quelli che sono. La Calabria veleggia in acque tempestose e le statistiche la danno sempre in coda. Come nel giornalismo non s’intravede passione civile. La politica – anche qui bisogna fare distinguo ché ci sono persone di grande qualità – per lo più è diventata roba da dilettanti allo sbaraglio. Gente spesso incapace e incompetente, senza un mestiere, che pensa solo alla propria elezione. Ci sono personaggi da barzelletta… senza radicamento sociale… anche ignoranti che non sono in grado di coniugare un verbo e strutturare una frase e che però parlano e parlano senza avere niente da dire, come scriveva il poeta surrealista francese Paul Eluard.
A marzo si vota. Che scenari post-elettorali immagini per la Calabria?
Cosa vuoi che succeda? La bonaccia delle Calabrie e dei calabresi andrà avanti comunque. Cambieranno alcuni nomi nelle agende dei giornalisti, apprenderemo quelli dei nuovi protagonisti spuntati dal nulla, gli innovatori si approprieranno dei vecchi modelli della politica e dell’amministrazione, i rivoluzionari abbandoneranno il look trasgressivo e casual per un Armani scuro, chi resta fuori dai giochi diventerà barricadero almeno nel linguaggio… Non immagino proprio cosa potrà accadere… Magari il presidente Oliverio si libererà di tanti orpelli e andrà avanti spedito… Da quando ho incominciato a vendere parole per vivere sento dire che la Calabria è una polveriera pronta a esplodere, che il disagio sociale rischia di travolgere tutto… lo sento da anni e non accade mai nulla. Solo la mafia mostra dinamismo ma la mafia è male assoluto…

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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