Il Capitalismo delle piattaforme Critiche alla sharing economy

Lun, 29/05/2017 - 12:54

Siamo alla terza rivoluzione industriale, quella del web 2.0. La prima ebbe inizio in Inghilterra nella seconda metà del 700, con la privatizzazione delle terre, le nuove tecniche di coltivazione e l’agricoltura mista, quando si sviluppò il settore tessile-metallurgico, grazie alla macchina a vapore, e l’uomo si spostò dalla terra alla fabbrica. La rivoluzione industriale comportò una radicale trasformazione nel settore produttivo che modificò il sistema economico e sociale.
La seconda rivoluzione industriale ebbe inizio nella seconda metà dell’800, con l’industria metallurgica, l’industria edile, il sistema delle comunicazioni e dei trasporti. Essa si caratterizzò per lo sfruttamento dei combustibili fossili, dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Nasce la classe operaia, che ebbe il suo culmine dal fordismo fino agli anni ’60, con l’intensificazione del lavoro e della produzione che ha stravolto in poco più di un secolo lo stile di vita dell’uomo. Con le nuove macchine la produzione aumentò di oltre il 10.000 volte. La tecnologia avrebbe dovuto essere a favore dei lavoratori, ma gli si è rivoltata contro.
L’era delle telecomunicazioni, l’automazione, l’accumulo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche viene definita la terza Rivoluzione industriale. Il Web 2.0, la libera circolazione dei capitali e la robotizzazione del lavoro hanno accentuato l’iniqua distribuzione della ricchezza, che comportò una progressiva e importante diminuzione della forza lavoro salariata, il disconoscimento dei diritti dei lavoratori e la privatizzazione del welfare. Con gli utenti digitali e i social network Google, facebook, twitter, whatsapp, skype, instagram, etc., si svilupparono nuove forme di economia condivisa. Inizia un “consumo partecipativo” che cambia il rapporto tra produzione, consumo e partecipazione. Si utilizzano oggetti di nuova generazione, smartphone, iPad, Kindle, che hanno un importante impatto sia sociale per la trasformazione del lavoro, sia ambientale per il consumo massiccio di materie prime e smaltimento del prodotto finale.
Gli utenti digitali dedicano tempo libero, che si trasforma in tempo produttivo, con la creazione di informazioni e plusvalore aggiunto ai processi di produzione capitalistica del Web. L’utente produttivo contribuisce alla creazione di ricchezza, ma nella maggior parte dei casi non ne beneficerà. Infatti, il digital user non è riconosciuto come reale partecipante ai processi di produzione delle piattaforme online, di conseguenza la sua attività non viene vista come forza-lavoro e non gli viene corrisposta alcuna retribuzione. Però è l’utente che produce i contenuti da condividere con altri utenti, crea delle comunità per obiettivi o interessi comuni, ma non può accedere al valore prodotto da queste attività, che invece verrà corrisposto alle piattaforme digitali del capitale. Google sposta parecchi miliardi all’anno di pubblicità on line, ma fino a quando l’utente non si approprierà di parte del valore prodotto rimarrà un semplice utente, forse disoccupato, ma non potrà decidere le forme di economia sviluppate da questo sistema.
L’uso collettivo e partecipativo del tempo libero dell’utente digitale viene assorbito e trasformato in tempo di lavoro non retribuito, a discapito dell’integrazione sociale degli individui che vivono in una solitudine cibernetica, vittime di uno sfruttamento economico che disumanizza l’attore, inconsapevole di essere creativo. L’utente incrementa le piattaforme con una serie di azioni che vanno dalla creazione di informazioni alla semplice visualizzazione, like, commenti e condivisione, genera reddito e flussi di dati in ambiente cibernetico. Questi dati contribuiscono al miglioramento e all’incremento del valore della produzione capitalistica e la loro raccolta determina le preferenze e le abitudini degli utenti/consumatori che servono al capitale per orientare gli investimenti e generare ulteriore profitto che non remunera questa “attività lavorativa” gratuita. La quotazione in borsa di questi colossi virtuali sale o crolla di parecchi miliardi al giorno ma la ricchezza si redistribuisce fra le stesse multinazionali. La finanziarizzazione dell’economia e la rivoluzione digitale, invece di migliorare il processo democratico, sottraggono democrazia e intensificano la concentrazione monopolistica di risorse e capitale nelle mani di pochi.
Andrea Fumagalli, economista dell’Università di Pavia sostiene che siamo sottoposti ad un continuo processo di estrazione di valore in ogni momento della nostra vita, quando navighiamo su internet o guardiamo la pubblicità, quando paghiamo la spesa alle casse automatiche o ci riforniamo ai “self-service” garantiamo profitto a qualcuno, per questo i più poveri o disoccupati dovrebbero essere retribuiti con un reddito di base pari al 60% di un salario. Se i giganti delle piattaforme pagassero le tasse dovute, si potrebbe attuare una redistribuzione della ricchezza, affinché i più disagiati, nonostante in qualche modo la producano, non accettino indegne condizioni lavorative, dato che le imprese accumulano più ricchezza perché scavalcano l’intermediazione tramite internet, ma assumono sempre meno addetti nel processo produttivo globale e per più ore lavorative. Perciò, sarebbe ragionevole erogare un reddito di base e redistribuire il tempo lavoro a pari condizioni economiche e di diritti. John Maynard Keynes scrisse che nel 2028, grazie al progredire della tecnologia e alla perfezione delle macchine, l'uomo moderno non avrà bisogno di lavorare più di 3 ore al giorno. Vedremo cosa succederà da qui a 10 anni.

Autore: 
Silvana Niutta
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