I Ruscelli di carta di Mario Nirta

Dom, 18/08/2019 - 18:20

Estate, tempo di vacanze e di svaghi, però anche occasione per curare meglio il nostro corpo e alimentare lo spirito; ormai il turismo culturale è arrivato anche nella nostra Regione. Ogni sera, infatti, è possibile assistere a concerti musicali, rappresentazioni teatrali, presentazione di libri, convegni culturali in quasi tutti i maggiori centri del nostro territorio. Ma in tanti preferiscono ancora le buone letture; il panorama librario è ricco di propaganda sulla produzione letteraria nazionale ed estera recente e passata. Accanto ai classici non mancano i buoni libri, ma nemmeno quelli che dopo la lettura delle prime pagine annoiano il lettore e lo costringono a rinviare la lettura in tempi migliori. Volete leggere da cima in fondo un libro senza annoiarvi e provando anche diletto? Anzi volete rileggerlo? Prendete Ruscelli di carta di Mario Nirta, edito da Franco Pancallo di Locri. Non so se il libro è in commercio perché l’Autore l’ha stampato in proprio quale omaggio a suo cognato Pepè Marando, prematuramente scomparso. Ho iniziato la lettura con grande interesse e grande emozione: Pepè Marando è stato mio collaboratore e consigliere nei lunghi anni che ho avuto la fortuna di averlo accanto nella scuola Media Terrana di Ardore; lo consultavo quotidianamente sulla gestione della scuola, principalmente su quella degli uomini, e tutto quel poco che io ho fatto in campo letterario, come la pubblicazione delle opere di Montalto, di Mario Careri e altri non andava mai in tipografia senza il suo imprimatur. Ora Mario mi ha rievocato un tasto dolente: mi ha ricordato che ho perduto un amico, ossia un tesoro, un punto fermo in un mondo sfilacciato che alcuni chiamano addirittura liquido. Mario paragona Pepè Marando addirittura a Gesù Cristo, e non sembri un’iperbole: Cristo, a parte la sua divinità, assomigliava a Don Pepè, come lo chiamavo io, senza sapere perché. Ascoltava le ragioni di ognuno con immensa comprensione e tolleranza, mai alzava la voce, mai una bestemmia o una parolaccia, sempre pronto a dare, artefice di pace, ligio al dovere nella società e nella famiglia, non conosceva l’invidia. Ma che cosa sono questi Ruscelli di carta? Come si sa i ruscelli non hanno un lungo corso come le fiumare e i fiumi, ma siccome sono di carta, nel loro breve corso descrivono il micromondo che vedono. Potremmo quindi dire che sono dei quadrettti in cui si specchiano personaggi, situazioni, avvenimenti. Da questo punto di vista l’Autore è un epigono del miglior Verga; a parte lo stile, e ricordiamo che il grande Francesco Desantis diceva che lo stile è l’uomo. I Ruscelli vanno esplorati tutti, e, a dire la verità non saprei quali scegliere. Ricca di pathos e forza narrativa la descrizione del crocifisso di Zerbo sparato al cuore da qualche incosciente alcuni anni fa. “… quel Cristo ucciso lassù sulla montagna, sarà l’unico Cristo che non risorgerà”, dice Mario. Piena di tristezza e senza speranza la descrizione del notturno di un paesino povero e sperduto tra le montagne. L’unica nota positiva la prosa artistica che tranquillizza l’animo disperato come un notturno di Chopin. E che dire del ruscello che descrive Polsi? Un’esperienza trascendentale, quella dell’infanzia. “Polsi è l’unico modo per restare bambini e coltivare ancora la speranza di un domani migliore”. Quello su Polsi è un Ruscello pregiato; lontano da polemiche e rancore, resta solo un immenso attestato di fede di colui che si ritiene ateo, ma senza esserlo. La fede nella Madonna di Polsi Mario non l’attinge dal più grande mariologo di tutti i tempi, Stefano De Fiores, suo cugino e familiare, ma da sua madre e dal popolo sanluchese e calabrese che, nei momenti drammatici, ed erano tanti, si rivolgevano alla beata Vergine di Polsi con vera Fede per ottenere conforto e speranza. Madri di paese è un ruscello straziante. “Troppo spesso, troppo spesso, per le vie del paese passavano mamme che in sconnesse bare di legno tenute in equilibrio sulla testa e seguite da parenti ed amiche, trasportavano i figlioletti al cimitero. Difficilmente Dio, il fato, il caso, o chi per loro possono imporre prove più dolorose”. La morte degli innocenti, portati al camposanto sulla testa dalle madri e la miseria e lo squallore che signoreggia nel paese e nelle case non possono dipendere dal caso o da Dio. Nei Ruscelli io vedo uno spaccato di antropologia culturale mai descritta dai grandi antropologi: da De Martino, alla Mead e dai nostri Lombardo Satriani e Vito Teti. I Ruscelli non restano isolati, confluiscono lentamente in un grande fiume, il tormentato e burrascoso fiume della vita come si presentava agli occhi della maggior parte dei calabresi nel recente passato. E poi trovano pace e silenzio nell’inesorabile oblio della storia. È una grande pagina di antropologia culturale; la vita degli uomini e delle cose è descritta con crudo realismo: le persone sono viste così come sono e in azione nel loro habitat naturale. Oggi, prima di ergerci a giudici severi su alcuni aspetti della nostra società, per essere culturalmente onesti, dovremmo leggere Mario Nirta per prendere coscienza di come eravamo. Poche parole sullo stile dell’Autore: il Nirta, come Camilleri ha un suo stile che andrebbe approfondito. In altra occasione ho avuto modo di parlare dell’umorismo, dell’arguzia e della satira presente nella prosa del Nirta: un retaggio di Voltarie, Pirandello o un modo originale dell’Autore per accostarsi a un mondo violento e per molti aspetti ancora arcaico?

Autore: 
Bruno Chinè
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