I paradossi della memoria

Mer, 27/09/2017 - 09:00
Calabrese per caso

Ci sono due modi di interpretare la memoria considerata quale patrimonio del vissuto e manifestazione di esperienze. La prima è abbastanza datata e probabilmente esprime in se quell’anima latina che trova in Cicerone una della migliori espressioni di un realismo passato per la quale […] “…La memoria è tesoro e custode di tutte le cose…”[…]. Se così è dovremmo allora verificare se oggi abbiamo dei buoni custodi o se noi siamo dei buoni padroni della memoria al punto da riuscire, attraverso di essa, a comprendere quanto accaduto e quanto accade intorno a noi. Un esercizio forse banale, quello del facile ricordo, che però sembra perdersi o nella retorica del politicamente corretto, che discrimina su ciò che deve essere ricordato e sul come, o nella quotidiana indifferenza dello scontato per debito di ritualità autocelebrativa quando conviene per poi collocarlo, appunto, nell’archivio delle cose inutili. La seconda è quella di un architetto cinese contemporaneo, Wang Shu, non riconosciuto sino a qualche anno fa come uno dei più famosi al mondo, che ha fatto della storia e della memoria la sua fonte di successo: […] “…Perdere il passato significa perdere il futuro…” […]. Ebbene noi in Calabria e nella locride perdiamo il passato nel momento in cui non entra nella nostra esperienza, allorquando non lo approfondiamo per comprendere il presente e ripartire per il futuro. Se i risultati sono l’abbandono intellettuale di chi siamo, se ad oggi abbiamo timore di rivedere i volti sacrificati e scarnificati dei nostri nonni, parlare di Sud in ogni minestra diventa un pasto indigesto e soprattutto ipocalorico. Scrivo questo perché credo sia singolare, a fronte di proclami di crescita, conferenze e altre amene dissertazioni da salotti estivi o da gran cortigianerie politiche scoprire che, in fondo, i ragazzi del Sud non solo non hanno memoria, ma non conoscono nulla, o ben poco, dei loro luoghi e della vita dei loro nonni. Direi che è particolarmente singolare scoprire come molti giovani si muovano benissimo tra le vie di Roma o di altre grandi città facendo concorrenza al miglior navigatore satellitare e come, d’altro canto, non siano mai andati oltre trenta chilometri dalla porta della loro casa in Calabria. Perfetti conoscitori di locali e negozi della capitale, essi sanno dell’esistenza dei nomi di alcuni paesi dell’entroterra solo per dovere di geografica necessità scolastica, o grazie a quell’apprendimento del sentito dire che li esonera dal recarvisi per conoscere, approfondire, non dico studiare, ma prendere contatto con ciò che rappresenta l’animo della terra che li dovrebbe avvolgere. E’ estremamente curioso il trovarsi sempre di più di fronte ad un cosmopolitismo compulsivo che trascende ogni interesse per i nostri luoghi e che, al di là della ricerca di un’affermazione dove le possibilità sono migliori, fa si che le distanze tra i nostri paesi siano per giovani ipermotorizzati insuperabili, mentre si raggiungono più facilmente Londra o altre città ritenute, sicuramente, più a portata di mano. Probabilmente i programmi scolastici sono come sempre orientati verso quella formazione per massimi sistemi che pretende di disancorare un malcelato senso di provincialismo dalla realtà di ogni giorno. Ma interrogarsi sulla misconoscenza di personalità e luoghi della propria terra, che hanno vissuto e che si trovano dietro l’angolo della nostra porta, significa ignorare noi stessi. In questo senso, non può meravigliare che personalità come Umberto Zanotti Bianco siano uscite dalla storia della Calabria e della locride, se i nostri ragazzi ignorano posti, strade, luoghi che dovrebbero essere parte della loro vita. E non può meravigliare se alla fine la memoria, quando richiamata, diventa solo un inutile sfoggio di un ricordo da raccontare e non di un patrimonio con il quale partire alla conquista del mondo. Se questo è il risultato della formazione e della sensibilità verso la propria terra, non credo che si riuscirà a colmare nessun gap con altri luoghi. Se così è, allora dovrei credere molto alla riflessione di Goethe per la quale […] “…Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria…” […] dal momento che lo sbracciarsi di memorie e di ricordi non ha portato a nulla di significativo nel presente di questa terra. Ricordi che, affacciandosi ogni tanto su un tavolo politico piuttosto che ad un ennesimo convegno, alla fine sono, quando richiamati, solo un prodotto di interesse e non un sincero, utile e necessario patrimonio di conoscenza.

Autore: 
Giuseppe Romeo
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