Dalla Calabria agli uffici di Google per progettare il futuro

Dom, 04/03/2018 - 12:00
Intervista a Sean Ryan Fanello

Nell’estate del 2016 si andava in giro a catturare i mostriciattoli che comparivano davanti a noi attraverso la fotocamera del nostro smartphone. Era il popolarissimo Pokemon Go, il cui concept è stato ripreso dalla Sony Pictures Entertainment, che proprio in questi giorni ha annunciato Ghostbusters Word, un nuovo gioco in Raltà Aumentata. Stavolta potremo girare il mondo a caccia di fantasmi da catturare sempre con lo smartphone. Giochi che sono riusciti a portare all’attenzione del grande pubblico le potenzialità della realtà aumentata, tecnologia finora piuttosto di nicchia ma che adesso promette di rivoluzionare il mondo. Tra i giovani promettenti impegnati a sperimentare questa nuova tecnologia, Sean Ryan Fanello, trentenne di Pizzo Calabro che oggi vive nel Sud della California, nel magico mondo della Silicon Valley.
Puoi iniziare a raccontarci qualcosa del tuo background?
Ho studiato al Liceo Classico M. Morelli di Vibo Valentia e nel 2005 mi sono trasferito a Roma. Mi sono laureato in ingegneria informatica alla Sapienza, dopo un breve periodo all’Imperial College di Londra nel 2010 dove ho lavorato alla mia tesi specialistica. Ho conseguito un dottorato in Robotica all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Verso la fine del mio dottorato sono stato assunto come ricercatore presso Microsoft Research Redmond (vicino Seattle) in USA. Mi sono occupato di varie tematiche collegate all’Intelligenza Artificiale, Realtà Virtuale e Aumentata. Dopo 2 anni a Seattle, con il resto del team abbiamo deciso di fondare una startup e ovviamente il posto migliore per farlo è la Silicon Valley! Per questa ragione mi sono trasferito a San Francisco circa un anno e mezzo fa. Oggi lavoro come ricercatore per Google.
Come sei approdato alla realtà aumentata?
Ho iniziato lavorando agli Hololens, gli occhiali di Microsoft per la realtà aumentata. Lì ho sviluppato il sistema di percezione 3D. Successivamente ho lavorato a “sensori di profondità”, che sono fondamentali nella realtà aumentata. Cos’è un sensore di profondità? Tutti sappiamo cos’è una fotografia: queste sono perfette per i nostri schermi, smartphone e PC, sono infatti una rappresentazione piatta della realtà. Ma il mondo è in 3D, lo guardiamo ed esploriamo da vari punti di vista, e vogliamo percepire le distanze. I sensori di profondità riescono, non solo a catturare delle scene bellissime, ma anche la loro distanza. Praticamente sono delle fotografie in 3D: possiamo quasi “camminarci” dentro e guardare la scena da tanti punti di vista differenti!
Come spiegheresti la realtà aumentata a chi non ne ha mai sentito parlare?
Partirei dalla realtà virtuale, che è più conosciuta. Questa ci permette di “teletrasportarci” virtualmente in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi epoca. Per esempio, possiamo trovarci sulla cima dell’Everest oppure passeggiare tra le vie dell’antica Roma. Tutto molto bello ed entusiasmante, ma tipicamente si tratta di esperienze solitarie. Alle persone piace condividere le proprie storie ed emozioni con amici, la loro famiglia e con il mondo che le circonda. Ed è qui che entra in gioco la realtà aumentata che permette di “teletrasportare” oggetti virtuali nel mondo reale. In questo caso il mondo virtuale interagisce con il mondo reale e viceversa. Oltretutto, più utenti possono sperimentare e interagire contemporaneamente con i contenuti virtuali creando un’esperienza collettiva.
Quale dei progetti a cui hai lavorato ti ha appassionato di più?
In passato sicuramente Holoportation, dove mostriamo il primo sistema di telepresenza virtuale in 3D. Questo cambierà il modo in cui comunicheremo in futuro: non più utilizzando schermi 2D ma occhiali speciali per videochiamate in 3D. Adesso sto lavorando a tantissimi progetti interessantissimi, ma purtroppo non posso parlarne per il momento!
Quali sono i contesti in cui questa tecnologia è stata applicata finora?
Sta iniziando a prendere piede in tantissime applicazioni, l’esempio lampante è PokemonGO, il popolarissimo gioco per smartphones. Ma anche Snapchat e Instagram utilizzano questa tecnologia con i loro magici filtri applicati ai nostri selfies. Infine non dimentichiamo i musei, dove la realtà aumentata sta iniziando a offrire degli scenari mai esplorati finora.
Come cambierà nei prossimi anni la nostra vita quotidiana grazie alla realtà aumentata?
Un giorno la realtà aumentata sostituirà gli smartphones: occhiali speciali faranno sempre più parte della nostra vita e non potremo più farne a meno. Sistemi di navigazione nelle nostre auto saranno integrati nel parabrezza, operazioni chirurgiche saranno supportate passo dopo passo da queste tecnologie e i nostri social media preferiti saranno in 3D nel salotto di casa.
Oltre la vista e l’udito si sta pensando a sviluppare la percezione “aptica” della realtà virtuale, cioè quella che permette il riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto?
È un filone di ricerca molto attivo: è infatti uno dei limiti principali di queste tecnologie. Il riconoscimento di oggetti tramite percezione aptica è invece molto utilizzato in Robotica, dove sensori speciali sono applicati alla “pelle” del robot e consentono di ricreare questa capacità.
Qual è il più grande ostacolo che la nuova tecnologia si trova di fronte?
Sicuramente l’infrastruttura: per usarne a pieno le capacità in estrema mobilità avremo bisogno della tecnologia 5G che è ancora in fase di sperimentazione.
L’entusiasmo è tanto ma la conoscenza su quello che potrebbe accadere poca. Sono stati indagati gli effetti collaterali della realtà aumentata?
Una nuova tecnologia può comportare delle nuove problematiche, basti pensare alle fake news e al loro effetto nei social media. Per combattere qualsiasi effetto collaterale dobbiamo puntare su due cose: consapevolezza ed educazione. Dobbiamo infatti insegnare ai ragazzi l’uso di queste tecnologie fin da giovani, in modo che imparino a farne un esercizio corretto. I genitori e gli insegnanti devono fare lo sforzo di rimanere informati e al passo con le nuove scoperte. Questo ci permetterà di evitare brutte sorprese in futuro.
A che punto siamo in Italia con lo sviluppo di queste tecnologie?
Sono attualmente utilizzate in centri di ricerca e Università, ma presto vedremo sempre più startups far leva sulle loro potenzialità.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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