Cucchi e Ciminà: Dio ce ne scansi e liberi

Dom, 09/11/2014 - 10:33

Ciminà è un piccolo paese incastrato sull’Aspromonte. In questo piccolo centro è stato chiuso, per quindici giorni, l’unico bar.  
Sarebbe stato frequentato da pregiudicati.
Il proprietario, conosciuto come persona assolutamente perbene, è avvertito. D’ora in poi sa quale deve essere il suo comportamento.
Per esempio se entreranno due ignari forestieri per un caffè ristretto dovrà chiedere i documenti di riconoscimento. Per un caffè corretto il certificato del casellario giudiziario regolarmente vidimato.
Se poi lo volessero consumare al tavolo ci vorrà il certificato antimafia e il passaporto valido per l’espatrio.
A fiuto dovrà separare i delinquenti dalle persone perbene.
Qualcuno è convinto – e io tra questi – che ci siano molti più delinquenti incensurati nei consigli di amministrazione delle banche che in tutti  paesi dell’Aspromonte messi insieme.
Continuo a pensare che in ristoranti dove si pagano cinquecento euro per una cena, circolino persone molto più dubbie e inquietanti che nei bar di Ciminà o di Africo.
Solo che il bar di Ciminà viene chiuso per quindici giorni, mentre i locali dove si pagano 500 euro per una singola cena sono frequentati dal fior fiore degli uomini di Stato.
A Ciminà lo Stato aveva già chiuso la scuola materna. Resta la Chiesa e siccome organizza le processioni…il pericolo corre sul filo.
Si attrezzi il parroco! Portatori scelti solo dalla commissione parlamentare antimafia e con un percorso rigorosamente concordato con l’antindrangheta ufficiale.
Con questa premessa, vi chiedo di immaginare  cosa sarebbe successo in Italia se Stefano Cucchi invece di essere ammazzato tra una caserma e un carcere, mentre si trovava “custodito” da uomini dello Stato,  avesse perso la vita in quel piccolo bar di Ciminà alla presenza di dodici testimoni.
Immaginate cosa sarebbe accaduto se, dopo il selvaggio pestaggio, i dodici testimoni si fossero mostrati legati da un robusto filo di omertà!
Dio ce ne scampi e liberi!
Innocenti e colpevoli sarebbero stati prelevati per la classica retata a cui si sarebbe dato un nome di grande impatto mediatico, per esempio: “senza pietà” oppure “belve umane” o ancora “giustizia in Aspromonte”. Poi si sarebbe gridato all’omertà come fattore genetico dei calabresi e gli avvoltoi del razzismo avrebbero planato a lungo sui nostri cieli.
La Calabria intera sarebbe stata messa in stato di accusa. Chi non ricorda gli infami reportage dopo la tragedia del piccolo Nicola: “Cassano Jonio è un posto spaventoso…tutto avviene lontano dal mondo. Spesso badanti marocchine si trasformano in fidanzate a suon di botte. Può capitare di fare figli sia con la moglie sia con la nuora all’interno dello stesso nucleo famigliare, e tutti restano insieme, sotto lo stesso tetto.”
Così Imma Vitelli su Vanity dopo i fatti di Monasterace: questa volta ho deciso di stupirvi: vi dirò del Medio Oriente d’Italia. Un luogo aspro e remoto dove le persone non parlano con i forestieri e, in fondo neppure tra di loro, dove gli agenti in divisa venuti da lontano sono consapevoli che questo è il vero far West italiano. Mi riferisco alla Locride, provincia di Reggio Calabria, la più violenta d’Italia...”
Come si fa a non indignarsi dinanzi a questo modo di fare giornalismo quando si “scende” in Calabria.
La ‘ndrangheta esiste da molto tempo. Esiste in Calabria, è presente a Ciminà come a Cassano.
Gli anni sono passati ma questa oscura setta è diventata molto più forte. La giustizia sommaria e la rimozione della questione meridionale, l’hanno resa più forte!
Concludiamo: cosa rappresenta la chiusura di un bar per appena quindici giorni in un piccolo paese dell’Aspromonte ?
Nulla! Un’inezia!
La Costituzione però è una cosa seria. La si può ferire impunemente? No! È come introdurre la sabbia in un ingranaggio.È rompere un equilibrio. Se oggi è possibile a Ciminà, domani lo sarà in Calabria e quindi in tutta Italia!
Io ho grande rispetto per lo Stato delineato dai padri costituenti e per i suoi uomini in divisa.
Molto più rispetto di quanto non ne abbiano dimostrato i sindacalisti della polizia che hanno dato una solidarietà sostanziale ai possibili assassini di Cucchi e di Aldobrandi.
Proprio per questo vorrei uno Stato diverso e migliore. Meno espressione dei privilegiati e più sensibile ai bisogni degli emarginati.
La giustizia sommaria è sempre e ovunque un virus letale. Si parte da Ciminà, si passa per Bolzaneto, si arriva a Stefano Cucchi e a Federico Aldobrandi.
Il razzismo è una lebbra da cui non si guarisce.
Si parte da “Cassano” o da Monasterace e si finisce con il mettere sotto accusa un intero popolo.
Se non si blocca l’infezione sul nascere questa diventa pandemia e, a quel punto, non si salva più nessuno. Noi ci siamo già dentro!

Autore: 
Ilario Ammendolia
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