Barbara Panetta: “Il PD deve tornare a fare cose di sinistra”

Dom, 07/10/2018 - 16:00
Dopo la riflessione di Rosario Condarcuri pubblicata sul nostro giornale, l’organizzatrice della Festa dell’Unità ha voluto risponderci per spiegare come il Partito Democratico (comprensoriale e nazionale) venga visto dall’interno.

La scorsa settimana il nostro settimanale ha ospitato una lettera attraverso la quale Rosario Condarcuri, dopo aver assistito alla Festa dell’Unità tenutasi il 23 e 24 settembre, chiedeva a gran voce il ritorno di una sinistra concentrata sulle esigenze del suo popolo prima ancora che sulle sue divisioni interne. Qual è la situazione del partito, visto da dentro?
Esattamente quella denunciata da Rosario. Il partito, oggi, soffre a livello nazionale di una scissione interna che gli sta facendo perdere di vista la capacità di fare fronte comune per difendere le nostre idee, una tendenza che, a mio parere, è diretta conseguenza della crisi dei partiti tradizionali innescata da Tangentopoli. A partire da quel momento, infatti, il sistema di intermediazione tra nazionale e locale è stato sostituito da una linea diretta tra leader ed elettore, che ha impedito la sintesi, la riflessione e la discussione rendendo anche il Partito Democratico appetibile per quelle figure interessate a farvi parte non per ideologia, ma per interesse personale. Con la Festa dell’Unità abbiamo cercato proprio di riavviare il dialogo con le diverse correnti che compongono il PD per renderle il valore aggiunto di una compagine che, in qualità di partito di ampio respiro, deve incarnare diversi ideali e sfaccettature sapendo, al contempo, come farle dialogare senza che esse cerchino, invece, di tirare la corda dalla propria parte come accaduto di recente. È proprio abbandonandosi a questa cattiva pratica, infatti, che il PD ha scoperto il fianco alle ripicche di elettori delusi, nel voto dei quali è da ricercare una buona fetta dei consensi ottenuti dal Movimento 5 Stelle durante le elezioni del 4 marzo. Affinché questa tendenza venga sovvertita è necessario riportare le persone all’interno del sistema partitico, confrontandosi sulle idee e ripartendo da esse assieme all’intera classe dirigente per intavolare una discussione che dia nuovamente importanza ai deboli, ai disoccupati e alle famiglie monoreddito senza scadere nell’assistenzialismo del reddito di cittadinanza che, a mio parere, sta per riproporre gli stessi errori compiuti dalla politica di venti anni fa.
Questa situazione da te denunciata non è anche il sintomo che, nelle compagini di centrosinistra la sinistra abbia preso una deriva che ha acuito questo malessere?
Indubbiamente. Il nostro progressivo spostamento verso il centro ha allontanato chi si sente di sinistra e mortificato chi invece si trova su posizioni di centro. La batosta del 4 marzo ci ha detto chiaramente che dovremmo invece spostare il baricentro più a sinistra, anzitutto apprendendo nuovamente come stare all’interno del partito, perché quando un tesserato PD non prende voti nemmeno dai suoi compagni qualcosa non torna.
E questa situazione è responsabilità di chi vota o di chi dovrebbe essere votato?
Principalmente di chi dovrebbe essere votato.
Stai facendo una forte autocritica, considerato il risultato delle elezioni a Locri.
Certo, anche se a Locri sono scattati dei personalismi che mi fanno ritenere che la colpa di questo atteggiamento sia da dividere equamente tra le due parti. La cosa preoccupante è che questo atteggiamento si riscontra in tutto il Paese, perché è figlio della paura di vederci scavalcati da personalità forti, che cerchiamo per questo di osteggiare.
Un “campanilismo partitico” che è dovuto a un cambio di ideologia del partito stesso o a un modo diverso di rapportarsi a chi lo compone?
Io penso che sia l’aver smesso di formare le classi dirigenti all’interno dei partiti che ha ingenerato questa situazione. Restando all’interno delle compagini per conseguire scopi personali si è persa l’idea di collettività e la capacità di unire le forze per raggiungere un obiettivo comune.
Lasciando da parte il Movimento 5 Stelle, che costituisce un’eccezione, perché allora il centrodestra non subisce questa crisi?
Perché da loro è più naturale inseguire i personalismi, mentre noi abbiamo avuto in passato leader che hanno osteggiato questo atteggiamento. Diciamo che a destra c’è più spregiudicatezza.
L’elemento che vi ha fatto perdere il maggior numero di elettori è lo scollamento che si è verificato tra voi e la classe sociale che avreste dovuto rappresentare. Episodi come la distanza interposta da Maria Teresa Fragomeni fra sé e lo scioglimento del comune di Siderno o la vostra mancanza al Sanità Day non rischiano di essere percepiti come un ulteriore allontanamento dalla popolazione?
La nostra organizzazione della Festa dell’Unità risale a prima di quella del Sanità Day, per cui bisognerebbe domandare a chi lo ha organizzato come mai ha scelto proprio quella data. Ciò detto non abbiamo la presunzione di affermare che la nostra manifestazione sia stata maggiormente interessante o socialmente utile di quella di Locri che, pure, è tornata su un argomento che era stato trattato allo stesso modo già in altre occasioni, tanto che mi pare di aver visto in sala solo addetti ai lavori. Fatta questa premessa è chiaro che sulla sanità bisognerà lavorare in maniera sinergica, evitando di farci sopra campagna elettorale o di addurla a pretesto per attaccare gli avversari politici, perché il consenso e la visibilità si acquisiscono facendo cose concrete, non strappando qualche applauso.
Resta il fatto che, in Calabria, il PD vive la situazione paradossale di essere ancora al governo ma risultare il partito forse meno apprezzato dai cittadini. Come dovete muovervi, adesso, per rendere la candidatura di Oliverio alle prossime regionali qualcosa in più di una dichiarazione di intenti?
Non è già solo una dichiarazione di intenti perché la volontà del Governatore di ricandidarsi è nata da una richiesta di molti sindaci che, indipendentemente dal partito di appartenenza, hanno visto in lui quella capacità di amministrare che potrebbe regalare alla Calabria una nuova speranza. Ciò che è mancato per molti anni alla nostra regione è una continuità amministrativa che permettesse davvero di sciogliere le problematiche che colpiscono il nostro territorio. Oliverio in questi anni ha analizzato e programmato il lavoro e, oggi, ha avviato una fase di concretizzazione per la quale servirà ancora del tempo e, soprattutto, che si mantenga una stessa linea politica.
E considerati i risultati delle Politiche siete fiduciosi di poter continuare questo percorso o vi preparate a un’altra sconfitta?
C’è grande fiducia attorno alla figura del presidente, anche in virtù dell’ottimo lavoro svolto in passato, e non penso che la sua credibilità personale possa essere condizionata dall’appartenenza politica.
Torniamo al panorama nazionale: la manifestazione dello scorso fine settimana di Roma che novità ha portato all’interno del partito?
Intanto ci ha permesso di stare insieme in un momento difficile, cosa che potrebbe agevolare la nostra ripartenza. Inoltre è stato molto importante sentire da ogni dove levarsi un coro inneggiante all’unità ripartendo dalle dichiarazioni lanciate sul palco dal segretario Maurizio Martina, che mi auguro possano costituire la base solida su cui fondare anche la fase congressuale, punto di partenza ideale per tornare a essere alternativa a un governo che non consideriamo utile al Paese.
Si fa un gran parlare di rifondazione del partito: ma ce n’è davvero bisogno, o tra cinque anni vedremo ancora il simbolo del PD sulla scheda elettorale?
La gente non si aspetta di vedere un altro simbolo con lo stesso modus operandi. Gli elettori si sentirebbero presi in giro così come i giovani che si vogliono candidare al nostro fianco. Piuttosto servirà rimettere tra segretario, dirigenti nazionali e militanti degli intermediari: parlamentari, segretari regionali, provinciali, di circolo, iscritti, volontari… figure di un partito che abbia un’organizzazione chiara, schematica, precisa, in grado di stare sotto un qualunque segno grafico.
Un discorso dietro il quale si cela un lavoro di riorganizzazione radicale, soprattutto nelle regioni: quali sarebbero i passaggi necessari a far riavvicinare il PD comprensoriale a quello “governativo”?
Innanzitutto organizzare insieme iniziative come la nostra, durante la quale abbiamo lanciato la proposta di fare più riunioni settimanali per discutere insieme e condividere le nostre idee. Non si possono calare decisioni sul territorio senza averle discusse, perché i militanti vogliono poter contare e non hanno motivo di fare la tessera se la propria decisione vale quanto quella di chi non si iscrive. Inoltre bisogna scindere il partito dalla sua rappresentanza politica, cosa che il renzismo non ha fatto incorrendo in un grave errore: il segretario non può essere anche amministratore, né locale né nazionale, evenienza che ci ha fatto perdere le politiche perché eravamo percepiti come il potere assoluto. Il fatto che premier e segretario fossero la stessa persona ha significato annullare l’eventuale critica del partito nei confronti dell’azione di governo, che poteva anche non essere lineare rispetto alle scelte politiche del partito.
La condivisione e discussione delle vostre idee coinvolgerà dunque anche la cittadinanza?
Nell’organizzazione della Festa ci siamo posti proprio questo obiettivo: considerandola un punto di partenza in quella sede abbiamo pianificato una serie di confronti aperti che ci permetteranno di discutere con i cittadini di tematiche importanti, in grado di farci raggiungere rapidamente gli obiettivi prefissati e auspicati nel “urlo di dolore” di Rosario.

Autore: 
Jacopo Giuca
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