Amministrare. Quando l’umiltà è rara avis!

Lun, 09/07/2018 - 19:00
Calabrese per caso

Ci sono molte ragioni per le quali quando si scrive, si discute o ci si confronta sui temi della governance in generale, i termini che ricorrono aggettivando il verbo amministrare sono “responsabilità” o “servizio”. Ovvero, quelle intime convinzioni che chi si approssima per sua scelta, si spera sempre, a voler guidare una comunità dovrebbe manifestare senza riserve ma, soprattutto, senza servire né fini personali, né fini altrui e meno che mai fini di colore politico una volta assunto un ruolo di guida di una comunità. Certo l’umanità, nella sua diversità di pensieri e di anime, ha le sue debolezze. Ma per quanto siano o possano essere delle fragilità, a volte esse sembrano lasciare il campo a una sorta di deriva personale. Una deriva nella quale l’ego supera la perfetta valutazione del reale e si lascia andare a una sorta di onnipotenza spicciola a causa della quale parole come responsabilità e servizio, dopo essere state sacrificate sull’altare della promozione di se stessi, escono immediatamente di scena alla prima indagine estiva. Per carità, nessuno, e meno che mai chi scrive per esperienza oltre che per consapevole garantismo, tende a giudicare fatti o persone coinvolte in episodi recenti. Tuttavia, qualunque possa essere l’esito del giudizio processuale, di sicuro le ultime indagini a carico di amministratori pubblici meritano un altrettanto pubblico approfondimento. La verità la si legge spesso tra le righe delle interviste degli amministratori in carica nei periodi più fortunati, quanto negli atteggiamenti assunti in trasmissioni televisive; trasmissioni nelle quali si autopromuovono giunte o risultati di cui spesso il territorio impietosamente ne rileva, poi, la vera e concreta consistenza. Una lettura di modi, parole e gesti che, se fatta attentamente, ci dovrebbe portare a riflettere su altri piani. Piani che non sono solo quelli giudiziari,  ma  culturali e di percezione di se stessi nei confronti dell’altro. Senza lasciarmi andare a spiegazioni storico-politiche, molto di moda e buoni alibi per ogni stagione, o pseudo-psicologiche indirizzate a trovare le cause di tale nostro voler primeggiare quando assumiamo una carica pubblica, credo che alla fine ciò che manca sia una piena e giusta interpretazione del valore dell’umiltà. Sì! L’assenza di umiltà vera e convinta posta a premessa dell’assunzione di un ruolo o di funzioni importanti nella vita di ogni giorno. L’assenza di umiltà quando si vuol pretendere - e giustamente perché derivato da un mandato popolare - di voler amministrare nell’interesse di tutti un comune quanto una regione o una nazione. Ecco perché, in assenza di umiltà, responsabilità o servizio non sono sufficienti per raggiungere una onesta valutazione della governance espressa. Sono termini svenduti spesso nelle piazze e nei discorsi, collocati poi ad arte al servizio dell’ipocrisia spicciola. Mentre l’umiltà è l’unica chiusura del cerchio quale valore che restituisce significato e vigore a responsabilità e servizio. Ecco perché, al di là delle notizie che leggeremo nei prossimi giorni sulle vicende giudiziarie di un comune e di alcuni suoi amministratori, dovremmo avere il coraggio di guardarci soprattutto allo specchio e andare allora molto in profondità. Perché lo sappiamo molto bene quanto e in che misura raggiungere il potere possa affascinare e farci sentire lusingati di primeggiare suscitando un sentimento di rivincita che va ben oltre la semplice possibilità di ricavarsi spazi di utilità personale. Ed è questo fascino, sono le lusinghe della conquista o dell’esercizio di un potere sugli altri – avversari compresi - che alla fine riduce quel limite che ognuno di noi conosce, o dovrebbe conoscere se intende amministrare, tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Tra ciò che è politicamente, onestamente corretto, e ciò che non lo è, o lo è solo in termini di facciata ma non frutto di un sano e sincero pensiero. Perché alla fine, senza scomodare citazioni politiche di colore, forse dovremmo ritornare a una visione più genuina e semplice, più “umile” della nostra vita politica e amministrativa per la quale, parafrasando Thomas More autore di Utopia, “…l’umiltà (è) quella bassa, dolce radice, dalla quale tutte le virtù celestiali hanno origine…”.

Autore: 
Giuseppe Romeo
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