“Io, indagato per aver aiutato i figli di questa terra a non diventare numeri di matricola”

Dom, 03/02/2019 - 12:40

“Avevo scritto la mia vita a colori, loro l’hanno sostituita con un nuovo copione che è come se fosse scritto con l'inchiostro simpatico e venisse fuori al passaggio di una fiamma”. È in bilico tra la furia e l’amarezza Giuseppe Mammoliti, avvocato penalista di Locri, indagato nell’ambito del processo Mandamento Jonico. L’accusa che inizialmente gli è stata mossa dalla DDA di Reggio Calabria, dopo essere stato intercettato per 7 anni, è di concorso esterno all’associazione mafiosa che vede a capo esponenti dei clan Cataldo e Cordì di Locri. “A luglio 2017 – racconta Mammoliti – si è celebrata l’udienza di rito abbreviato. Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria – dopo che il GIP ha rigettato la richiesta di misura cautelare in carcere nei miei confronti per l’insussistenza di gravi indizi di colpevolezza – mi ha comunque bollato come favoreggiatore: l’importante, insomma, è che venissi condannato. 12 anni di carcere sono stati chiesti”.
Il primo dato che la DDA reggina rileva è che Giuseppe Mammoliti intratterrebbe rapporti confidenziali con i suoi assistiti. “Ci diamo del Tu, io mi faccio chiamare Pino e di conseguenza chiamo i miei assistiti per nome. Non mi sono mai lasciato condizionare dai titoli, da quelle volumetrie che determinano le differenze sociali” – ci spiega l’avvocato, che nel corso dell’esame diretto dal proprio difensore Rosario Scarfò ha dichiarato: “Nessuno di noi esercita questa professione sganciandosi da quella che poi è la centralità umana, quindi un trasporto emotivo nelle vicende che affliggono i nostri assistiti spesso si registra. (…) Darsi del Tu e poi comunque mantenere un rapporto di visioni totalmente diverse della vita è cosa più agevole rispetto a quella del darsi del Lei e poi fare eventualmente delle confusioni di ruoli e di interessi”.
Altra “anomalia” evidenziata dalla procura è che Giuseppe Mammoliti sia un avvocato di Locri che difende esponenti dell’associazione mafiosa che, per anni, ha soffocato la città. “Vige un teorema, ormai generalmente accettato – dichiara Mammoliti, – per cui l’avvocato che difende i mafiosi o presunti tali diventi anch’egli mafioso. A questo proposito, nel corso dell’interrogatorio, ho dichiarato che se questo principio fosse valido, è come se il ginecologo fosse ritenuto concorrente morale nella paternità di tutti i nascituri!”.
Giuseppe Mammoliti è anche accusato di aver rivelato a Domenico Zucco, suo assistito, dettagli dell’attività investigativa che riguardava l’operazione “Mandamento Jonico” e questo grazie a informazioni rese da soggetti istituzionali non identificati. “Poi si chiedono perché la credibilità della magistratura sia in forte declino! Se io avessi avuto qualche contatto tra gli apparati istituzionali che mi informava sulle attività di indagine, sarei stato l’ultimo degli imbecilli a sapere di essere intercettato da 7 anni?!”. Le informazioni che Mammoliti avrebbe svelato a Domenico Zucco in merito all’indagine Mandamento Jonico riguardano la presenza di microspie all’interno dell’abitazione di Francesco Cataldo. “Francesco Cataldo è un mio assistito che a giorni alterni veniva e mi informava di aver rinvenuto microspie all’interno della propria autovettura o della propria abitazione. Quando un giorno incontrai Domenico Zucco gli dissi di non andare da Francesco perché sicuramente c’era un’attività investigativa in corso e si sarebbe ritrovato, dopo 5 anni in 41 bis, in una nuova situazione di imbarazzo. Di fronte a una persona che non ha avuto le possibilità familiari e neppure aiuto da parte dello Stato per riscattarsi, mi sono sempre sentito in dovere di aiutarla. Attilio Cordì e Vincenzo Carrozza,  due miei assistiti, hanno avuto il coraggio di abbandonare le strettoie familiari per scegliere una vita diversa. Carrozza oggi è un valente chirurgo presso l’ospedale Molinette di Torino e fa volontariato nelle aree del Mali e della Nigeria con Medici Senza Frontiere. Ha suscitato grande approvazione il film “Liberi di scegliere”, ispirato alla storia di Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, ma ci sono tanti Di Bella che cercano quotidianamente di aiutare i loro assistiti, senza ricevere alcun sostegno. Così come tanti sono gli omicidi ai danni di avvocati nella provincia di Reggio Calabria: Francesco Mandalari, Giuseppe Gentile, Nino Lugarà, Francesco Filippone, Giovanni Simonetti, Mario Longo, Giuseppe Letizia. Avvocati caduti negli anni, mai beatificati e per la cui morte non è stato individuato un solo responsabile. Come se ciò non bastasse, contro gli avvocati è in atto una guerra campale. Una convinzione di cui più volte si è fatto portavoce il procuratore Cafiero De Raho è che tra gli avvocati ci sia un’ampia fetta servente nei confronti dei clan. Eppure, ad oggi, in Calabria 4 sono gli avvocati indagati, 1 condannato in via definitiva, contro i 15 magistrati indagati e i 3 estromessi. La magistratura farebbe meglio a guardare in casa propria”.
La procura reggina ha anche ritenuto che Giuseppe Mammoliti abbia ricevuto da Francesco Cataldo una dazione di denaro quantificabile in 500 euro che sarebbe servita a finanziare la sua campagna elettorale alle comunali del 2013. “Si trattava di una somma che mi spettava a fronte di prestazioni professionali. Cosa avrei dovuto finanziare con 500 euro? La candidatura presso un condominio?! Lo stesso Cataldo Francesco, tra l’altro, ha sostenuto in quell’occasione una lista diversa, ovvero quella del sindaco poi risultato vincente, Giovanni Calabrese. Ma la cosa che più mi lascia sbigottito è che sarebbe il primo caso a livello mondiale in cui la ‘ndrangheta paga una candidatura! Anziché pagare io la criminalità organizzata, sarei stato pagato!”.
Altro sospetto della DDA di Reggio Calabria è che Giuseppe Mammoliti abbia ispirato l’invio delle pallottole contro il procuratore De Bernardo e il procuratore Mollace. “Questo perché Francesco Cataldo di fronte all’ennesimo provvedimento restrittivo nei confronti del fratello Antonio disse che serviva prendere dei provvedimenti. Al che io risposi che serviva un’azione forte. Così scrissi una lettera al presidente e al vicepresidente del CSM in cui indicai la magistratura reggina come la madre di tutte le caste e di tutte le perversioni. Otto mesi dopo l’intercettazione tra me e Francesco Cataldo, qualcuno invia una busta con delle pallottole al dottor De Bernardo e al dottor Mollace. Cosa si sospetterà? Che io abbia ispirato quest’azione delittuosa. Hanno pensato che il provvedimento forte di cui parlavo con Cataldo fosse l’invio delle pallottole, non la lettera al CSM! Poi si chiedono perché non riescono a sconfiggere la ‘ndrangheta! Tra un inquirente medio e uno ‘ndranghetista medio, vince lo ‘ndranghetista: è una lotta impari dal punto di vista intellettivo! Mi hanno intercettato per 7 anni, hanno saccheggiato la mia vita per scoprire cosa? Che comperavo medicinali oncologici per un mio assistito che poi è venuto a mancare e che non faceva parte di questi circuiti criminali? Che facevo la spesa a un signore colpito da ictus che non aveva nessuno e mi chiamava per aiutarlo? Che ho pagato l’assicurazione a un ragazzo affetto da sclerosi multipla perché non aveva la possibilità di farlo? Che ho fatto fare la prima comunione a mie spese alla figlia di una persona sottoposta a usura? Hanno messo in mezzo anche queste persone, privandole della loro dignità e chiedendomi conto del perché le avessi aiutate. Così come mi si accusa di aver aiutato ragazzi che hanno trovato, attraverso i miei suggerimenti, la possibilità di riscatto. Ho voluto offrire ai figli delle aree periferiche della nostra terra la possibilità di non diventare numeri di matricola. Come Mimmo Lucano che cerca di proteggere gli extracomunitari, io cerco di proteggere le aree a rischio che possono essere contaminate da vicende giudiziarie, non certo per eluderle ma per evitarle”.
Il 13 marzo si celebrerà l’ultima udienza che si sarebbe dovuta svolgere a gennaio. “Il 24 gennaio la procura ha chiesto e ottenuto un differimento di due mesi motivandolo con la necessità di studiare le carte, carte di cui è a conoscenza dal luglio 2017! Cinque ragazzi di Pistoia hanno tradotto l’enciclopedia Treccani in 21 giorni in 7 lingue, gli inquirenti non sono stati in grado di capire delle carte dopo 18 mesi! Questa per me – conclude Mammoliti – è la cronaca di una sentenza annunciata. In ogni caso, qualunque sia l’epilogo di questa vicenda, io starò sempre dalla parte dello Stato, non dell’antistato. Ciò che mi fa rabbia, però, è che questa volta lo Stato sta miseramente rischiando di perdere la propria battaglia”.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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